Archivio per sciclinews

L’alba di Vasco, Sampieri, il baglio e la pizzica

Posted in Cultura con i tag , , , , , , , on Gennaio 31, 2009 by socrathe

Lui non l’aveva mai vista così..

A casa della signora Concetta, lalba di Vasco Rossi a Sampieri, pizzica e rock

A casa della signora Concetta, l'alba di Vasco Rossi a Sampieri, pizzica e rock

A casa della signora Concetta, quasi sperduti tra le mistiche e buie ombre dei carrubi delle campagne di Scicli, prima di partire per il doppio appuntamento dell’Arena  della Vittoria di Bari,  Vasco, la sua alba chiara non l’aveva mai vista così.  E non aveva mai visto così le “scacce” e manco il “pane cunzato” con olio dop messo a disposizione da una nota azienda di Chiaramonte. E poi, pomodorini ripieni, i “sbiezzi arrustuti” a “mulinciana ‘ncaciata”, i “sarduzzi”. Uff.. e quant’altro ancora. Una serata che i fortunatissimi presenti non scorderanno mai più. Il Moderatore di Sciclinews, che “arrosteva sausizza e frischetta ‘ndo cufuni”, dignitosamente ricavato da mezzo fusto -che fu per olio da trazione- in lamierino, la signora Concetta che cantava “c’è la luna a mienz’ o’ mare, mamma mia m’ha maritari, figghia mia a cui t’ha ‘ddari, – e tutti insieme in coro- m a m m a   m i a   p e n s a c i   t u…“, Vasco che ballava la tarantella con una bellissima giornalista di casa nostra,  in sospensione d’equilibrio, tra un “caddozzo di sausizza” e un bicchiere di vino, nero come l’inchiostro. Tamburi, tamburelli,  fischietti e fisarmonica per una pizzica tutta sciclitana con il Signore del Rock italiano, «’ndo bagghiu ra signura Cuncittina». E poi l’alba, la nostra alba, la baia, la nostra baia, quella dei sogni e dei ricordi, l’arrivederci. Ventiquattro Settembre Duemilaeotto: un Mercoledì che entrerà nella storia..

 
 
 
Oh Muse sicule,
alziamo un poco il tono del canto:
non a tutti piacciono gli arbusti
e le umili tamerici;
se cantiamo le selve,
le selve siano degne di un console.
 
 
 

Estate del silenzio

Posted in Politica, società con i tag , , , , on Settembre 12, 2008 by socrathe

Tra un mese o poco più la calda estate sciclitana sarà archiviata nel forziere delle belle stagioni. Sarà solo una registrazione meteorologica. E basta. Nessuno la ricorderà per altro.
Ed a più di un mese dall’insediamento della nuova giunta, nessun programma di eventi culturali e d’intrattenimento è stato organizzato per una città che si candida ad essere la perla turistica di un sud est -vista l’incuria di basole, chiese e palazzi, che stanno rovinosamente precipitando nel baratro della noncuranza perpetua- fatto solo di arancini di Montalbano e posti letto vuoti.
Nessuna svolta d’idee nella gestione della cosa pubblica. Normale e faticosa amministrazione di un ente già in difficoltà, da parte di una maggioranza solida in apparenza, di fatto visibilmente liquida: fusa.. Siamo al 22 Luglio e non si conosce ancora il nome del Vice Presidente del Consiglio Comunale. Gli aggiustamenti in equilibrio di bilancio sono solo chimere, illusioni di Vassalliana memoria. I ventitremila euro per Basole di luce spariti come soffi al vento. Le difficoltà sono sopra di tutto di natura politica, poi di controllo e gestione della cosa Comune. Nulla di nuovo sotto il nostro vecchio e caro sole. Continua a leggere…

La voce antica del sud, nell’anima: Enzo Avitabile

Posted in Cultura, musica con i tag , , , , , , on Agosto 25, 2008 by socrathe

“Vivere l’anima è più importante che vivere il corpo”. Impalpabili pensieri di una vita passata a colorare le ombre. Immagini in bianco e nero di una malattia che gli negava la luce. Cieco, quasi. La notte risiedeva nei suoi occhi sin dalla nascita. A guidarlo nel cammino senza Sole, il cuore. Poi il trapianto di cornea, la luce. Un’anima musicale in continuo movimento che mai ha risentito dell’infermità del corpo nei suoi esercizi di soul, in contraddizione. Dal funky nero e napoletano al rài algerino e in blues, musiche dal mondo e per il mondo. Non è certo una biografia quella che sto tracciando di Enzo Avitabile, nondimeno, un punto di partenza per una serie infinita d’esperienze in musica. L’ultima tappa di Note di Notte Festival ospita la poetica e il ritmo di Avitabile in un concerto di musiche e parole senza fine. Sullo sfondo la roccia dell’Eremo della Croce Santa a Rosolini, armonica e sorda vibrazione di pietre silenziose, da sempre. Agon melodico fatto di botti, falci, tini e fiati, in una fusion di suoni inauditi.

Fatt’ arrass’, ascite, maluocchie sicche, ca ve ne caccio cu ‘o ‘nciènzo benedetto, Ddio m’arrassa da mali vicine, da ‘mmiria canina e da buscia d’ommo dabbene. Chi vo’ male a’ chesta casa ha da murì primma che trase. Sciò sciò cicciuvéttela!! Sciò, sciò, ciucciuè!”

Come un nuotatore, Enzo riscopre nell’intimo delle tradizioni popolari antiche divinità sommerse. Una discesa epica all’origine del Pathos e poi su fino alla pastellessa. “Opere, non “prodotti”, che lo hanno distinto dagli altri grandi della canzone italiana, modaioli che giocano alla guerra sulle rovine della Musica. Coscienza di tornare alle tradizioni, al dialetto, ai canti e alle devozioni popolari, sbavature di emozioni che non guardano al mercato. “Capire la musica, non subirla”. Consapevolezza di produrre senza ansie e paranoie da profitto. Poetica delle tradizioni, elaborazione di un “dialetto colto”, da ‘Lu cunto de li cunti’ di Giovan Battista Basile alla lettera di Plinio il Giovane a Tacito sull’eruzione del Vesuvio del 79 a.c. Avitabile è uomo di lettere, nel pieno senso del termine. Più di cento concerti l’anno in giro per il Mondo, pagano il ritmo ad una “danza popolare e universale”, ad un sound decolonizzato e contaminato da multietniche epressioni musicali. Trance in percussione di botti, dub lento fluviale e ipnotico, i due suoni si riecheggiano l’un l’altro, i due emisferi della sua musica si congiungono, voci antiche e nuove, anime armoniche che vibrano al suono delle sue emozioni, che Enzo riesce a trasmettere dal palco alla sua gente, alla sua piazza, la grande voce delle cose. Suoni di periferia. Umiltà profonda e profondo orgoglio, coscienza della propria musica e senso di appartenenza ad ogni cosa, alla sua terra sacra, il Sud, e a Dio: 

Sia laurata Maddalena – ca sta ‘ncielo e pure me prega – tanto prega e pure se prega – finchè sta grazia me cunceda – ma si sta grazia nuie a vulimmo – pregamm’  ‘a Viergine ca l’avimmo.

Una rivolta contro la banalità delle “frasi fracassate e dei suoni a fracassa” da hit parade, mettendo in campo l’unica arma possibile: la poesia antica in musica con ciaramella e mandoloncello, percussioni, giri di basso impetuosi e saxophone. «Quando nacqui, una stella danzava», dice così un’eroina di Shakespeare. Solo tornando a Shakespeare ci si può convincere che questo artista, così universale e così particolare, sia forse nato nell’attimo in cui una stella cominciava a danzare. E sul soul express di Enzo, stelle, luci e ombre hanno ballato da sempre. Coreografie, o se volete, mutazioni, “guerra non guerriglia”. Trasformazioni delle circostanze della vita in cose eterne, o che aspirano ad esserlo, tanto per citare Borges. I fiumi della sua musica colgono il tempo della perpetua fuga, in trasparenza, la profondità dei testi, un lento fluire di poesia.

 

I’ ero ‘o cielo, ‘o cielo ca scenneva,

i’ ero ‘a terra, ‘a terra ca saglieva,

i’ ero ‘o viento, ‘o viento ca sciusciava,

i’ ero ‘o mare, ‘o mare ca s’agitava.

 

Mi capiterà ancora di pensare a lui, ascoltando le pietre, in ombra. Il resto è “int’ ‘o vient’”.

L’Affare del Cenacolo. La storia dell’arte riscritta a Modica

Posted in Cultura con i tag , , , , , , , , , , , , on Maggio 24, 2008 by socrathe

«Una casa. Al suo interno c’è una tavola con focacce e piatti colmi di cibo; c’è una coppa e un grande recipiente per il vino. Cristo è seduto a questa tavola con gli apostoli. Sul lato sinistro, Giovanni è disteso sul suo grembo; a destra, Giuda allunga la mano nel piatto e guarda Cristo

Questo troviamo scritto in un manuale di iconografia” bizantino” dell’XI secolo, in cui si danno indicazioni molto precise su come gli artisti dovevano dipingere l’Ultima cena.

Tralasciamo l’aspetto “virginale” del buon apostolo Giovanni e il grido del suo disappunto urlato da un efebico cielo : “Non sono Maddalena, come ve lo devo dire!”, perseguitato dal 2003 per la presunta tresca con Gesù da Dan Brown e dal suo codice da Vinci -finanche dal nostro premio nobel Dario Fo per giusta e corretta informazione- ed occupiamoci del Cenacolo in senso stretto, iconografico e religioso.

«Vi dico in verità: uno di voi mi tradirà». I dodici Apostoli seduti alla tavola con Gesù reagiscono con passioni contrastanti e terrore all’annuncio del Messia, ognuno con emozioni e gestualità differenti, varie le espressioni e i gesti narrativi. Una scena drammatica quella descritta nel Cenacolo. Nessun codice cifrato o nascosto. Nessun mistero. La Chiesa commissionava l’opera per illustrare la Vita e la Passione di Cristo, ovvero, rappresentare il clima delle cose terrene del Messia, precedenti all’Eucaristia e al Sacrificio della Croce. Figurazione adatta a decorare i grandi refettori conventuali, per il tema ideale di meditazione e di preghiera offerto alla comunità monastica riunita per consumare i pasti. Fino al Trecento la tradizione dei Cenacoli fu questa.

Dal Quattrocento in poi la Cena divenne un dipinto a sé stante, non necessariamente incluso nel ciclo di rappresentazioni del Mistero della Vita di Gesù Cristo e non necessariamente confinato alle pareti dei refettori. Da Vinci, il Ghirlandaio, Andrea del Sarto, Monsignori, Tintoretto sono solo alcune delle tante firme che glorificarono la produzione di Cenacoli tra la fine del 1400 e la metà del 1500.

Immagini e personaggi tratti dal racconto evangelico, drammatico, triste. L’iconografia imposta dai committenti era questa, e bisognava rispettarla. I pittori non potevano pigliarsi la licentia che si pigliano i poeti e i matti di adornare le figure secondo invenzioni. Dovevano restare fedeli ai personaggi ed alla tradizione del vangelo. È il caso del Veronese che finì davanti al Tribunale della Santa Inquisizione per aver figurato fuori dagli schemi “l’Ultima Cena”; fu costretto a cambiar nome al quadro e censurare qualche “pazza” figura. Il suo quadro divenne il Convito in casa di Levi. È la produzione iconografica classica dell’Ultima Cena che giunge ancora intatta e in tutta la sua bellezza, fino ai giorni nostri. Ultima cena? penultima oserei dire. Perché l’ultima figurazione del Cenacolo è cosa nostra, siciliana, modicana.

Ultima Cena Modica, Cenacolo Modicano

Il dipinto è di un realismo quasi fotografico, rappresentato con colori caldi, contorni morbidi, esuberante interesse per gli effetti di luce. Scompaiono del tutto i motivi religiosi. Le calde plastiche sostituiscono i freddi ori e argenti della posateria classica. La tavola è ricca, accoglie pane e focacce, elementi essenziali del banchetto. I dodici apostoli sono stati immortalati nel loro momento estatico, nell’attimo di stupore, sorridenti. Una rottura definitiva con la tradizione antica che voleva i 13 commensali tristi ed in meditazione quasi monastica. Lo spazio davanti è vuoto: come un invito a prendere posto davanti a tanta luce.

E la luce come elemento simbolico per sottolineare l’evento sacro con esiti straordinari, non proviene dal Messia stesso figurato -vera fonte surreale che illumina la scena di questo quasi dipinto- ma dall’esterno. È generata da un sole che filtra dall’alto, sorprendente, onirica, investe i nuovi apostoli, divide in tre la tavolata: a destra il mondo spirituale, a sinistra quello terreno, al centro la Verità, Lui.

Il Messia ha le mani alzate al cielo, quasi a voler abbracciare un calice, invisibile, sacro. È l’unico a non proiettare ombra sull’immensa tavola. La plasticità del gesto delle mani magnifica la sua prossima condizione di risorto. Un vapore mistico profuma la stanza.

Una creazione fuori da ogni schema iconografico tradizionale, è intima e solenne celebrazione di un Convito che inquieta le leggi Auree della divina proporzione, e che conduce in un mondo che sta “oltre”.

È una foto che riscrive l’affare del Cenacolo, e rimescola le carte dell’antico mazzo della Storia dell’Arte.

Socrathe

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