Archivio per santhippe

La dieta di Napoli

Posted in Cultura con i tag on Settembre 4, 2008 by socrathe

 

Dire che mangiamo troppo e male, che siamo tutti in sovrappeso, e quindi vittime di questa alimentazione sbagliata, è scoprire l’acqua calda. Eppure la nostra dieta mediterranea è famosa in tutto il mondo, ma una inquietante indagine della FAO ci informa che essa è stata abbandonata proprio nei luoghi di origine: invece di nutrirci in maniera genuina e frugale ci abboffiamo di schifezze, mangiamo carne tutti i santi giorni, in definitiva ci nutriamo in maniera eccessiva e malsana. Abbiamo ormai dimenticato, in questa società ricca e consumista all’eccesso, in cui il cibo addirittura si butta via, la benefica cucina dei nostri antenati, povera ma decisamente salutare.

Nel cuore della vecchia Salerno, presso la millenaria via dei Mercanti, c’è una trattoria antica di almeno 200 anni, il Vicolo della neve (‘U vicolo r’a neve per gli indigeni) che da sempre è fedelissima proprio alla cucina povera. La trattoria-pizzeria prende il nome dal vicolo dove, più di un secolo fa, si vendeva la neve per rinfrescare le cantine. Questa vecchia neviera è un locale cupo, buio, con arcate di ruvidi mattoni a vista ma quando ci entri, per i profumi che accarezzano il tuo olfatto, ti pare di essere in paradiso. Gli occhi, prima del palato, si ‘arrecreano’ a guardare, disposta in grandi teglione di rame, una vera e propria grazia di dio.. l’ineffabile pasta è fagioli per cui il locale è giustamente famoso e poi baccalà e patate, polpo alla luciana, scarola imbottita, peperoni ripieni, carciofi arrostiti,  la mitica ciambotta, la milza, le braciole di cotica, le polpette al sugo.

E poi ancora pizze squisite e il calzone con la scarola o il ripieno di ricotta e salame. Noi salernitani, per gustare queste umili prelibatezze, ci sottoponiamo volentieri anche ad ore di attesa prima che si liberi un posto e possiamo finalmente sederci al tanto desiderato tavolo coperto da una allegra tovaglia rossa. E paghiamo abbastanza salato questo cibo, che prima era la dieta giornaliera del popolo, ma che ora è diventato per noi uno sfizio e una rarità.

 

Leggiamo allora e riflettiamo su questo abstract da ‘Il ventre di Napoli’ di Matilde Serao, la giornalista e scrittrice verista di fine Ottocento, che tante pagine ha dedicato alla sua Napoli. Qui parla del cibo dei poveri, di quella gente che viveva nella miseria e che si industriava a inventare pietanze con le scarse quantità di alimenti di cui disponeva. Ma mai si perdeva d’animo e allegramente condiva con la fantasia il misero cibo che portava  sul suo umile desco.

Santhippe

 

QUELLO CHE MANGIANO

(Matilde Serao)

 

Un giorno, un industriale napoletano ebbe un’idea. Sapendo che la pizza è una delle adorazioni cucinarie napoletane, sapendo che la colonia napoletana in Roma è larghissima, pensò di aprire una pizzeria in Roma. Il rame delle casseruole e dei ruoti vi luccicava, il forno vi ardeva sempre; tutte le pizze vi si trovavano: pizza al pomidoro, pizza con muzzarella e formaggio, pizza con alici e olio, pizza con olio, origano e aglio. Sulle prime la folla vi accorse, poi andò scemando. La pizza, tolta al suo ambiente napoletano, pareva una stonatura e rappresentava una indigestione; il suo astro impallidì e tramontò, in Roma; pianta esotica, morì in questa solennità romana. È vero, infatti: la pizza rientra nella larga categoria dei commestibili che costano un soldo, e di cui è formata la colazione o il pranzo, di moltissima parte del popolo napoletano. Il pizzaiuolo che ha bottega, nella notte, fa un gran numero di queste schiacciate rotonde, di una pasta densa, che si brucia, ma non si cuoce, cariche di pomidoro quasi crudo, di aglio, di pepe, di origano: queste pizze in tanti settori da un soldo, sono affidate a un garzone, che le va a vendere in qualche angolo di strada, sovra un banchetto ambulante e lì resta quasi tutto il giorno, con questi settori di pizza che si gelano al freddo, che si ingialliscono al sole, mangiati dalle mosche. Vi sono anche delle fette di due centesimi, pei bimbi che vanno a scuola; quando la provvista è finita, il pizzaiuolo la rifornisce, sino a notte. Vi sono anche, per la notte, dei garzoni che portano sulla testa un grande scudo convesso di stagno, entro cui stanno queste fette di pizza e girano pei vicoli e dànno un grido speciale, dicendo che la pizza ce l’hanno col pomidoro e con l’aglio, con la muzzarella e con le alici salate. Le povere donne sedute sullo scalino del basso, ne comprano e cenano, cioè pranzano, con questo soldo di pizza. Continua a leggere…

La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, ridiamo.

Posted in Cultura con i tag , , , , , , , , , , , , , , on Maggio 21, 2008 by socrathe

Di cosa ride l’Uomo? Ride forse di sè? Ride dell’altro? Ride. Ride della sua condizione, una condizione di mediocrità e di infelicità cronica, una condizione di costante illusione, di costante speranza. Ride. Ride del passato, ride del futuro, potrebbe essere immortale, potrebbe essere superiore alla melma, si ride anche di questo, si ride di Dio, si ride della Morte, si ride. Ride dell’impossibilità di elevarsi, ride delle sue stesse effimere illusioni, ride delle passate certezze, ride. Ridiamo dunque, perchè se non ridiamo cominciamo a pensare, e il mondo non ci vuole nè tristi nè pensanti, ci vuole belli e sorridenti, ridiamo. Ridiamo.

In poche parole: la tragedia dell’uomo, animale superiore, pensante, intelligente. C’è in queste considerazioni la Sehnsucht del romanticismo tedesco, c’è Platone, c’è il Leopardi del Canto notturno, c’è l’uomo sospeso tra il bruco e la farfalla di Pico della Mirandola.. potrei andare avanti per ore perchè questa è la disperazione dell’uomo fin dalla notte dei tempi: il desiderio di attingere l’Assoluto e il vedersi una piccola cosa debole e inerme e la consapevolezza che il suo desiderio di felicità è perennemente deluso. E allora? Allora ridiamo.. non la risata grassa, superficiale, sgangherata di chi poco si eleva dalla bestia ma il sorriso amaro di chi possiede l’humanitas, l’insieme di tutte quelle qualità che rendono l’uomo degno di essere considerato ‘umano’. L’uomo non è un animale superiore, lo crede soltanto. E il suo destino non differisce da quello di tutti gli altri esseri della biosfera. Ma l’uomo è solo. Soli si nasce e si muore soli. La vita passa a cercare il ‘tu’, come dice il poeta, la rotta maglia che ci stringe, per uscire fuori dalla rete che ci avvolge e ci separa. Ci illudiamo di averla trovata, di poter toccare con la mano l’altro, di condividere un tratto di vita, ma tutto si rivela una illusione e ritorniamo nella rete del nostro isolamento, della nostra desolazione. Tutto sommato.. c’è poco da ridere. Tutto è illusione, la vita è bella a tratti, ci sono degli istanti, degli attimi fuggevoli in cui ci pare di poter toccare con mano la felicità, ma è sempre un miraggio. La vita si premura subito di farci pagare il conto, a volte anche salato, di quel nulla che ci ha dato in comodato d’uso: nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria… La mia vita è un pendolo che oscilla tra la fugace speranza e la disillusione: vorrei farti vedere il mondo attraverso i miei occhi, anche solo per un istante. Solo l’irrazionalismo, l’abbandono all’istinto e al sentimento ci può salvare.. mettiamo a tacere la ragione, nostra acerrima nemica ma non voglio vedere il mondo con gli occhi di nessuno. Bastano i miei occhi per guardare trattenere riversare nel cuore quel poco di bello e di dolce che la vita ci dà. La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. La speranza è fugace. Ridiamo.

Walt Whitman – Santhippe

Il riso, il pianto e la malinconia.

Ero su un treno che mi portava a Saragozza, seduto nel posto che mi era stato assegnato. Accanto a me, dall’altro lato, si accomodarono due signori, un uomo e una donna. Quando il treno cominciò ad andare, i due iniziarono a discutere su fatti personali. Mi immersi nella lettura di un periodico per rispettare la loro intimità. Alla fine del viaggio non potei fare a meno di guardarli. Mi sembrò che la donna ridesse mentre l’uomo la incalzava con le sue parole. No. Quella donna non rideva. Quella donna piangeva. Abbassai lo sguardo per rispettare le sue lacrime. Mi venne alla mente questo momento quando lessi i commenti al riso. A volte si ride fino “alle lacrime”, amiamo dire di una situazione estremamente paradossale e comica. Ma dove sta, appunto, quella sottile linea di demarcazione tra il riso e il pianto? Tra la gioia e la malinconia? Tra la certezza e il dubbio?

Nella vita di un uomo non c’è nulla che mi aiuti a trovarla. Io avevo visto con occhi miei una scena che non corrispondeva alla realtà. Eppure, ci avrei giurato, quella donna rideva. Cesare Pavese scriveva in un momento disperato del suo esistere: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Dava così un’interpretazione struggente, attraverso il proprio intimo sentire, del suo amore triste e malinconico. Tentativo disperato di sprofondare, in silenzio, nell’abisso di una passione dove l’anima si perde ed il corpo si arrende, si auto sopprime. Forse il riso ci accompagnerà come un ghigno nell’ultimo momento della fine: consapevolezza della vita breve. Lo stupore, cioè, di chi guarda la bellezza, la vita, allontanarsi da lui come fu per Auschenbach al lido di Venezia, come l’uomo dal fiore in bocca nell’immortale racconto di Pirandello.

Un Uomo Libero

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Date a Scicli quel che è di Scicli

Posted in Cultura, Politica con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Gennaio 16, 2008 by socrathe
San Biagio, protettore delle discaricheAl Prefetto di Ragusa. e p.c. al Presidente del Consiglio dei Ministri.
Eccellenza, Signor Premier, siamo siciliani, o meglio sciclitani, un popolo di massari, campieri e gabelloti. Sarebbe nostra gioia accogliere la mondezza degli amici napoletani nella gradevole discarica che insiste sul nostro territorio.
Il luogo è ameno ed ha anche un bel nome, quello di un Santo: Biagio. La scelta del titolo per il centro delle riposte lordure non fu casuale, e storicamente necessitata è la giustificazione della nostra occorrenza.Biagio era medico e venne nominato vescovo della sua città, al pari del medico Cantore (per dirla sempre col Foscolo) proclamato Sindaco del suo paese: Scicli. A causa della sua fede, Biagio muore martire ed è Santo subito. Il nostro Imperator de Badiula et Senator de Stradanova defendenda è ancora in vita. È stato comunque in fama di santità. L’analogia agiografica tra i due medici è sorprendente ed a dir poco imbarazzante. Ecco quel che scrive l’arciprete Antonino Carioti a tal riguardo, nelle sue notizie storiche della città di Scicli:“.. A causa della sua fede, tanto poco cattolica quanto esageratamente comunista, il Sindaco di Scicli venne politicamente imprigionato dai Modicani; al momento della “cattura” fu lasciato solo dagli eremiti amici suoi che fuggirono assai prima del ratto; durante il processo rifiutò di rinnegare fede e dottrina e, per punizione, fu straziato con i pettini di ferro che si usano per cardare la lana e condannato ad ospitare nel suo territorio, ad perpetuum e senza obolo alcuno, la mondezza della Contea.Nella causa ad beatificandum del medico Sindaco, il tormento della condanna dell’editto Modicano, scontato giorno per giorno dai suoi concittadini, non agevolò tuttavia il processo di glorificazione. L’iter di beatificazione si arrestò alla canonizzazione e non passò mai per gli uffici di Roma.Una motivazione plausibile del mancato supplizio [che l’avrebbe fatto Santo!] del Sindaco di Scicli, già Imperator de Badiula et Senator de Stradanova defendenda, può essere trovata nel dissidio dell’allora Margherita e del fu partito dei Democratici di Sinistra, che portò a persecuzioni locali, con distruzione di chiese dopo il restauro, chiusura di strade e viuzze basolate, condanne ai lavori forzati per i Democratici Cristiani e lobotomia indotta per Comunisti e Rifondaroli.La rivoluzione delle coscienze d’allora deviò l’impeto della rivalsa popolare su argini clementi, e del doveroso martirio del medico non se ne seppe più nulla .. ”

Così fu la storia della discarica di San Biagio e del Sindaco nostro Cantore, Santo mancato.

Questa breve e cauta discesa tra le rapide del passato, breve per ragioni di spazio, e cauta per la scarsa attendibilità delle fonti, segna il passo alla nostra querela: rendeteci ciò che la Storia ci deve e che il nuovo Presidente dell’Ato, con la paventata chiusura del sito, vuole per sempre distruggere.

Eccellenza, Signor Premier, siamo pronti ad accogliere, nel giubilo e nel gaudio della nostra antica tradizione monnezzara, la «dovizia» omogeneizzata e compattata dei nostri fratelli borbonici, dignitosamente non differenziata e ripudiata da tutti.

Ne abbiamo fatto una questione morale, ancor prima che storica e conservatrice di valori e ideali, da difendere e tramandare, e che nessuno mai potrà cancellare. Abbiamo bisogno delle malformazioni fetali e dei tumori della nostra discarica per andare avanti.

La mondezza conferita da Modica, mai captata e tanto meno pagata, da sola, non soddisfa più le già meste aspettative. Consegnate qualche tonnellata di nostalgica sozzura al popolo di Scicli.

È la nostra ultima et umile preghiera.


La lettera è semiseria.L’agiografia di San Biagio credo sia attendibile. Quella del Sindaco di Scicli, verosimile.Ringrazio Santhippe per le notizie riguardo lo storico Carioti, per la consecutio.. ad defendenda, e per avermi sopportato sino ad oggi. leggi l’articolo su Sciclinews


e questi ci copiano pure.. leggete qui: I rifiuti di Napoli finiscono anche nella discarica di San Biagio


Taciturno Oltraggio

Posted in Politica con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Novembre 28, 2007 by socrathe

 

 

 

La debacle non è riconducibile solo all’incompetenza manifesta della Medica. C’è altro nel paniere del fallimento. Dove sono le intelligenze giovani, fresche, nuove che l’amico Walter ha pubblicizzato ovunque, nei mesi che hanno preceduto il parto del già nato vecchio partito? Era il modicano figlio del deplorevole ex deputato, la novità che presentava la lista nel nostro distretto? Ma fatemi il piacere!! Non ho nulla contro il giovane citato che sia chiaro, a tutti. Il rinnovamento doveva toccare nomi, figli e nepoti. Ecco una prima causa.

Scicli fa storia a sé.

I numeri della partecipazione al voto intramoenia, la dicono lunga sul mal governo della nostra città. L’Affaire Discarica sarà il tormento della conta dei voti del centrosinistra per molti anni. La Gente del nostro paese ricorderà per sempre, il Medico e gli amici suoi, come coloro che hanno sporcato città e campagne, come coloro che non hanno mai difeso il vanto di Scicli, svendendo al postribolo delle locations cinematografiche, l’immacolata bellezza di strade, viuzze, spiagge e palazzi.

Gli italiani delle miniserie e dei b-movies, celebreranno il Nostro paese come ricettacolo di mafiosi, delinquenti, drogati e sbirri. L’altra Italia, quella che non guarda la Tv, per impagabile fortuna, non saprà mai di Noi.

Che gioconda immagine della città che amiamo. Mancava solo il fetore ed il pericolo della mondezza conferita da altri per incorniciare dignitosamente l’opera politica unica del “Gruppo di Scicli” e, non ce la siamo fatta mancare!!!

L’opposizione (che è maggioranza di Consiglio ma non di Ragione) cavalcherà facilmente l’onda della vittoria, per il rinnovo amministrativo. L’attesa primavera, cancellerà in un sol colpo facce e nomi della casta che non ha governato come avrebbe dovuto.

Gli Sciclitani (perdonatemi il maiuscolo), si sono già costituiti parte civile nella causa contro il Medico, la Medica, parenti e loro affini, per mandarli al confino ad perpetuum; vogliono comunque essere rimborsati sino all’ultimo centesimo di euro per il male politico che hanno subito. Socrathe®

Vai all’articolo su Sciclinews

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