Dire che mangiamo troppo e male, che siamo tutti in sovrappeso, e quindi vittime di questa alimentazione sbagliata, è scoprire l’acqua calda. Eppure la nostra dieta mediterranea è famosa in tutto il mondo, ma una inquietante indagine della FAO ci informa che essa è stata abbandonata proprio nei luoghi di origine: invece di nutrirci in maniera genuina e frugale ci abboffiamo di schifezze, mangiamo carne tutti i santi giorni, in definitiva ci nutriamo in maniera eccessiva e malsana. Abbiamo ormai dimenticato, in questa società ricca e consumista all’eccesso, in cui il cibo addirittura si butta via, la benefica cucina dei nostri antenati, povera ma decisamente salutare.
Nel cuore della vecchia Salerno, presso la millenaria via dei Mercanti, c’è una trattoria antica di almeno 200 anni, il Vicolo della neve (‘U vicolo r’a neve per gli indigeni) che da sempre è fedelissima proprio alla cucina povera. La trattoria-pizzeria prende il nome dal vicolo dove, più di un secolo fa, si vendeva la neve per rinfrescare le cantine. Questa vecchia neviera è un locale cupo, buio, con arcate di ruvidi mattoni a vista ma quando ci entri, per i profumi che accarezzano il tuo olfatto, ti pare di essere in paradiso. Gli occhi, prima del palato, si ‘arrecreano’ a guardare, disposta in grandi teglione di rame, una vera e propria grazia di dio.. l’ineffabile pasta è fagioli per cui il locale è giustamente famoso e poi baccalà e patate, polpo alla luciana, scarola imbottita, peperoni ripieni, carciofi arrostiti, la mitica ciambotta, la milza, le braciole di cotica, le polpette al sugo.
E poi ancora pizze squisite e il calzone con la scarola o il ripieno di ricotta e salame. Noi salernitani, per gustare queste umili prelibatezze, ci sottoponiamo volentieri anche ad ore di attesa prima che si liberi un posto e possiamo finalmente sederci al tanto desiderato tavolo coperto da una allegra tovaglia rossa. E paghiamo abbastanza salato questo cibo, che prima era la dieta giornaliera del popolo, ma che ora è diventato per noi uno sfizio e una rarità.
Leggiamo allora e riflettiamo su questo abstract da ‘Il ventre di Napoli’ di Matilde Serao, la giornalista e scrittrice verista di fine Ottocento, che tante pagine ha dedicato alla sua Napoli. Qui parla del cibo dei poveri, di quella gente che viveva nella miseria e che si industriava a inventare pietanze con le scarse quantità di alimenti di cui disponeva. Ma mai si perdeva d’animo e allegramente condiva con la fantasia il misero cibo che portava sul suo umile desco.
Santhippe
QUELLO CHE MANGIANO
(Matilde Serao)
Un giorno, un industriale napoletano ebbe un’idea. Sapendo che la pizza è una delle adorazioni cucinarie napoletane, sapendo che la colonia napoletana in Roma è larghissima, pensò di aprire una pizzeria in Roma. Il rame delle casseruole e dei ruoti vi luccicava, il forno vi ardeva sempre; tutte le pizze vi si trovavano: pizza al pomidoro, pizza con muzzarella e formaggio, pizza con alici e olio, pizza con olio, origano e aglio. Sulle prime la folla vi accorse, poi andò scemando. La pizza, tolta al suo ambiente napoletano, pareva una stonatura e rappresentava una indigestione; il suo astro impallidì e tramontò, in Roma; pianta esotica, morì in questa solennità romana. È vero, infatti: la pizza rientra nella larga categoria dei commestibili che costano un soldo, e di cui è formata la colazione o il pranzo, di moltissima parte del popolo napoletano. Il pizzaiuolo che ha bottega, nella notte, fa un gran numero di queste schiacciate rotonde, di una pasta densa, che si brucia, ma non si cuoce, cariche di pomidoro quasi crudo, di aglio, di pepe, di origano: queste pizze in tanti settori da un soldo, sono affidate a un garzone, che le va a vendere in qualche angolo di strada, sovra un banchetto ambulante e lì resta quasi tutto il giorno, con questi settori di pizza che si gelano al freddo, che si ingialliscono al sole, mangiati dalle mosche. Vi sono anche delle fette di due centesimi, pei bimbi che vanno a scuola; quando la provvista è finita, il pizzaiuolo la rifornisce, sino a notte. Vi sono anche, per la notte, dei garzoni che portano sulla testa un grande scudo convesso di stagno, entro cui stanno queste fette di pizza e girano pei vicoli e dànno un grido speciale, dicendo che la pizza ce l’hanno col pomidoro e con l’aglio, con la muzzarella e con le alici salate. Le povere donne sedute sullo scalino del basso, ne comprano e cenano, cioè pranzano, con questo soldo di pizza. Continua a leggere…

Ero su un treno che mi portava a Saragozza, seduto nel posto che mi era stato assegnato. Accanto a me, dall’altro lato, si accomodarono due signori, un uomo e una donna. Quando il treno cominciò ad andare, i due iniziarono a discutere su fatti personali. Mi immersi nella lettura di un periodico per rispettare la loro intimità. Alla fine del viaggio non potei fare a meno di guardarli. Mi sembrò che la donna ridesse mentre l’uomo la incalzava con le sue parole. No. Quella donna non rideva. Quella donna piangeva. Abbassai lo sguardo per rispettare le sue lacrime. Mi venne alla mente questo momento quando lessi i commenti al riso. A volte si ride fino “alle lacrime”, amiamo dire di una situazione estremamente paradossale e comica. Ma dove sta, appunto, quella sottile linea di demarcazione tra il riso e il pianto? Tra la gioia e la malinconia? Tra la certezza e il dubbio?
Al Prefetto di Ragusa. e p.c. al Presidente del Consiglio dei Ministri.
