Di cosa ride l’Uomo? Ride forse di sè? Ride dell’altro? Ride. Ride della sua condizione, una condizione di mediocrità e di infelicità cronica, una condizione di costante illusione, di costante speranza. Ride. Ride del passato, ride del futuro, potrebbe essere immortale, potrebbe essere superiore alla melma, si ride anche di questo, si ride di Dio, si ride della Morte, si ride. Ride dell’impossibilità di elevarsi, ride delle sue stesse effimere illusioni, ride delle passate certezze, ride. Ridiamo dunque, perchè se non ridiamo cominciamo a pensare, e il mondo non ci vuole nè tristi nè pensanti, ci vuole belli e sorridenti, ridiamo. Ridiamo.
In poche parole: la tragedia dell’uomo, animale superiore, pensante, intelligente. C’è in queste considerazioni la Sehnsucht del romanticismo tedesco, c’è Platone, c’è il Leopardi del Canto notturno, c’è l’uomo sospeso tra il bruco e la farfalla di Pico della Mirandola.. potrei andare avanti per ore perchè questa è la disperazione dell’uomo fin dalla notte dei tempi: il desiderio di attingere l’Assoluto e il vedersi una piccola cosa debole e inerme e la consapevolezza che il suo desiderio di felicità è perennemente deluso. E allora? Allora ridiamo.. non la risata grassa, superficiale, sgangherata di chi poco si eleva dalla bestia ma il sorriso amaro di chi possiede l’humanitas, l’insieme di tutte quelle qualità che rendono l’uomo degno di essere considerato ‘umano’. L’uomo non è un animale superiore, lo crede soltanto. E il suo destino non differisce da quello di tutti gli altri esseri della biosfera. Ma l’uomo è solo. Soli si nasce e si muore soli. La vita passa a cercare il ‘tu’, come dice il poeta, la rotta maglia che ci stringe, per uscire fuori dalla rete che ci avvolge e ci separa. Ci illudiamo di averla trovata, di poter toccare con la mano l’altro, di condividere un tratto di vita, ma tutto si rivela una illusione e ritorniamo nella rete del nostro isolamento, della nostra desolazione. Tutto sommato.. c’è poco da ridere. Tutto è illusione, la vita è bella a tratti, ci sono degli istanti, degli attimi fuggevoli in cui ci pare di poter toccare con mano la felicità, ma è sempre un miraggio. La vita si premura subito di farci pagare il conto, a volte anche salato, di quel nulla che ci ha dato in comodato d’uso: nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria… La mia vita è un pendolo che oscilla tra la fugace speranza e la disillusione: vorrei farti vedere il mondo attraverso i miei occhi, anche solo per un istante. Solo l’irrazionalismo, l’abbandono all’istinto e al sentimento ci può salvare.. mettiamo a tacere la ragione, nostra acerrima nemica ma non voglio vedere il mondo con gli occhi di nessuno. Bastano i miei occhi per guardare trattenere riversare nel cuore quel poco di bello e di dolce che la vita ci dà. La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. La speranza è fugace. Ridiamo.
Walt Whitman – Santhippe
Il riso, il pianto e la malinconia.
Ero su un treno che mi portava a Saragozza, seduto nel posto che mi era stato assegnato. Accanto a me, dall’altro lato, si accomodarono due signori, un uomo e una donna. Quando il treno cominciò ad andare, i due iniziarono a discutere su fatti personali. Mi immersi nella lettura di un periodico per rispettare la loro intimità. Alla fine del viaggio non potei fare a meno di guardarli. Mi sembrò che la donna ridesse mentre l’uomo la incalzava con le sue parole. No. Quella donna non rideva. Quella donna piangeva. Abbassai lo sguardo per rispettare le sue lacrime. Mi venne alla mente questo momento quando lessi i commenti al riso. A volte si ride fino “alle lacrime”, amiamo dire di una situazione estremamente paradossale e comica. Ma dove sta, appunto, quella sottile linea di demarcazione tra il riso e il pianto? Tra la gioia e la malinconia? Tra la certezza e il dubbio?
Nella vita di un uomo non c’è nulla che mi aiuti a trovarla. Io avevo visto con occhi miei una scena che non corrispondeva alla realtà. Eppure, ci avrei giurato, quella donna rideva. Cesare Pavese scriveva in un momento disperato del suo esistere: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Dava così un’interpretazione struggente, attraverso il proprio intimo sentire, del suo amore triste e malinconico. Tentativo disperato di sprofondare, in silenzio, nell’abisso di una passione dove l’anima si perde ed il corpo si arrende, si auto sopprime. Forse il riso ci accompagnerà come un ghigno nell’ultimo momento della fine: consapevolezza della vita breve. Lo stupore, cioè, di chi guarda la bellezza, la vita, allontanarsi da lui come fu per Auschenbach al lido di Venezia, come l’uomo dal fiore in bocca nell’immortale racconto di Pirandello.
Un Uomo Libero
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Davvero gli sciclitani decideranno per chi votare in base alle offerte sloganate dalle diverse coalizioni in gara? Sono proprio gli argomenti a determinare la scelta del nostro voto? Saranno gli ideali e i programmi dei partiti a guidare la mano che bollerà la nostra preferenza sulla scheda elettorale il 13 e il 14 di Aprile? 
Venticinque milioni di vecchie lire – 12.000 € o poco più – per 80 diviso cento, moltiplicati per trentasei anni e sentirsi ancora comunisti, dentro. Cifre da capogiro? Vi sbagliate, è solamente l’onorevole trattamento di fine rapporto di 345.744 euro, da “operaio specializzato” della Camera e del Senato, non tassato, esentasse, per essere più precisi. «È la legge, sono qui dal ’72» E bravo Cossutta! Il nostro Comunista combattente, il paladino delle lotte operaie, uno che ha dedicato tutta una vita “alla difesa degli interessi dei lavoratori e degli interessi del Paese”. Gli interessi dei lavoratori? È stato un governo democristiano a scrivere lo Statuto dei Lavoratori, tu non c’eri. Sono state le buste paga degli operai, che dici di aver sempre difeso, a piangere lacrime di sangue nei trentasei anni della tua rossa carriera politica. Il tuo conto corrente non è mai stato triste. Tu un posto al sole l’hai sempre avuto. C’è da vergognarsi, Armando. Lascia in pace i lavoratori, quelli veri, quelli che hanno fatto da sempre i conti con la vita, quelli che non hanno mai avuto il piacere di uscire indenni dalla battaglia economica dell’ultima settimana di ogni mese. Non sei degno di nominare quegli operai che ti hanno creduto e che hai preso onorevolmente in giro. Già, è vero, tu da comunista versavi il cinquanta per cento dell’indennità di carica parlamentare alle casse del partito. Agli occhi del lavoratore che ti votava eri un semiprivilegiato, un’onorevole di “mezza casta”. Ed all’ombra di quegli stessi occhi nascondevi la retta mensile che l’antica Coop URSS ti passava per non farti “morire di fame”. Tutto questo, i lavoratori, quelli delle fabbriche, quelli che votavano Partito Comunista, quelli che ti davano fiducia, non lo sapevano. E l’offesa più grande nei loro confronti è stata la tua dichiarazione “Non ho proprio nulla da nascondere e di cui vergognarmi…”. Goditi la pensione, Armando.