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Dislessia

Posted in Cultura, società con i tag , , , , , , , , , , , , , , , on Aprile 2, 2008 by socrathe

L’ambiguità semantica di molti termini a cui faccio ricorso nelle mie “esercitazioni di scrittura” è una vera e propria scelta di campo. Il mio repertorio lessicale -ecco qui un esempio di tautologia voluta, avrei potuto scrivere più semplicemente “il mio vocabolario”-, arricchisce il percorso espressivo e magnifica la finezza della nostra lingua ed allo stesso tempo guida il lettore in un “fuori strada” pieno di equivoche buche. È il caso del termine dislessia, usato in modo improprio in un mio articolo. Mi scrive Attilio Milo  - insegnante – genitore di una ragazzo dislessico – formatore per conto dell’Associazione Italiana Dislessia.

Egr. Socrathe,

scrivo questa mail con l’intenzione di aprire una finestra su di un problema che sembra aver bisogno del vostro aiuto. Il problema di cui parlo è la DISLESSIA o, meglio, i Disturbi Specifici d’Apprendimento.

La dislessia è un disturbo dell’apprendimento di origine genetica che riguarda la difficoltà di lettura, scrittura e calcolo. Non è causata da un deficit di intelligenza (anzi, i bambini dislessici sono, il più delle volte, molto intelligenti, vivaci e creativi), né da problemi ambientali o psicologici (che, invece, ne sono una conseguenza: perdita di fiducia nelle proprie capacità, mancanza di autostima, comportamenti sociali alterati, chiusura in se stessi, difficoltà di comunicazione…).

In Italia i dislessici sono 1.500.000, numero considerevole che non giustifica l’ignoranza e lo scarso interesse che il problema riscuote.

Le famiglie sono spesso sole nell’affrontare il problema e gli enti scolastici non sono il più delle volte in grado di supportare e venire incontro alle esigenze di questi studenti particolari che, invece, se ben guidati e indirizzati, potrebbero venire a capo delle loro difficoltà.

E’ ormai scientificamente provato che la dislessia sia un disturbo causato da disfunzioni neurologiche derivanti da alterazioni genetiche (una semplice ricerca “dislessia+genetica” sul web potrà darne conferma).

Malgrado ciò la dislessia non è una malattia, ma un disturbo che colpisce un bambino in ogni classe (3-5% della popolazione scolastica); non esistono medicine che possano curare il disturbo, si possono attuare strategie di apprendimento (e di insegnamento) diversificate.

Perchè proprio qui sta il punto: dislessiaragazzi dall’intelligenza normale (a volte superiore), integri dal punto di vista fisico e neurologico, hanno un diverso modo di apprendere, non legato alla letto-scrittura, ma ad altri canali diciamo così “meno tradizionali”.

Nel mondo anglosassone, dove il problema è stato scoperto molto tempo prima che da noi, è ormai normale parlare di dislessia e stili di apprendimento differenti: molti nomi noti nel campo della politica, del cinema, dell’arte, della musica e della scienza hanno ammesso di essere dislessici e di aver avuto difficoltà nel loro percorso scolastico. Malgrado ciò, una volta usciti dalla scuola, hanno potuto mostrare il loro valore.

Ma quanti non possono avere le stesse possibilità a causa di “maestri” ottusi che non vogliono adattare il loro stile di insegnamento allo stile di apprendimento di questi ragazzi?

E’ proprio per informare in primis gli insegnanti e dare sollievo ai genitori e ai dislessici stessi che da 10 anni l’Associazione Italiana Dislessia si occupa del problema. Divulgando informazione, non farmaci o psicoterapie! E’ un lavoro lento e metodico che si avvale di formatori del mondo scolastico, di genitori sensibili e di dislessici adulti (che hanno cioè lasciato il mondo della scuola) che portano la loro esperienza.

Su internet è possibile reperire informazione sul sito ufficiale (www.aiditalia.org) dell’associazione e sul forum (www.dislessia.org/forum/) nel quale scrivono genitori, insegnanti, tecnici sanitari e dislessici (qui anche non adulti).

Se avrà l’occasione di visitarlo si accorgerà che è una bella comunità solidale e superinformata, dove tutti sono accolti e non si dà importanza agli eventuali errori di scrittura (sarebbe assurdo!).

Scrivo nella speranza che un vostro accenno al problema possa arrivare ad un gran numero di persone e ci aiuti nell’opera di informazione che stiamo attuando.

Sono certo che accoglierà la mia sollecitazione e, con piacere, La saluto.

 

Attilio Milo

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A tutti gli insegnanti: corrigenda enim sunt peccata non reprehendenda..

Socrathe

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Cossutta: una vita da operaio

Posted in Politica con i tag , , , , , , , , , , , , , , , on Aprile 2, 2008 by socrathe

Cossutta, onorevole di mezza castaVenticinque milioni di vecchie lire – 12.000 € o poco più – per 80 diviso cento, moltiplicati per trentasei anni e sentirsi ancora comunisti, dentro. Cifre da capogiro? Vi sbagliate, è solamente l’onorevole trattamento di fine rapporto di 345.744 euro, da “operaio specializzato” della Camera e del Senato, non tassato, esentasse, per essere più precisi. «È la legge, sono qui dal ’72» E bravo Cossutta! Il nostro Comunista combattente, il paladino delle lotte operaie, uno che ha dedicato tutta una vita “alla difesa degli interessi dei lavoratori e degli interessi del Paese”. Gli interessi dei lavoratori? È stato un governo democristiano a scrivere lo Statuto dei Lavoratori, tu non c’eri. Sono state le buste paga degli operai, che dici di aver sempre difeso, a piangere lacrime di sangue nei trentasei anni della tua rossa carriera politica. Il tuo conto corrente non è mai stato triste. Tu un posto al sole l’hai sempre avuto. C’è da vergognarsi, Armando. Lascia in pace i lavoratori, quelli veri, quelli che hanno fatto da sempre i conti con la vita, quelli che non hanno mai avuto il piacere di uscire indenni dalla battaglia economica dell’ultima settimana di ogni mese. Non sei degno di nominare quegli operai che ti hanno creduto e che hai preso onorevolmente in giro. Già, è vero, tu da comunista versavi il cinquanta per cento dell’indennità di carica parlamentare alle casse del partito. Agli occhi del lavoratore che ti votava eri un semiprivilegiato, un’onorevole di “mezza casta”. Ed all’ombra di quegli stessi occhi nascondevi la retta mensile che l’antica Coop URSS ti passava per non farti “morire di fame”. Tutto questo, i lavoratori, quelli delle fabbriche, quelli che votavano Partito Comunista, quelli che ti davano fiducia, non lo sapevano. E l’offesa più grande nei loro confronti è stata la tua dichiarazione “Non ho proprio nulla da nascondere e di cui vergognarmi…”. Goditi la pensione, Armando.

Siamo nel vivo della campagna elettorale che, il 14 di Aprile, ci darà un nuovo governo. Per par condicio, la somma ricevuta come trattamento di fine rapporto dal Presidente dei Comunisti Italiani, è stata proporzionalmente liquidata- o da liquidare- in base al numero di anni –continui-, a tutti quei parlamentari che, per anzianità o per altro, non scalderanno più le comode poltrone delle due camere. Una sorta di assegno di solidarietà che li aiuterà al «reinserimento nella vita sociale». Una buonuscita per il trauma psicologico di svegliarsi la mattina senza auto blu, di non poter più saunificarsi in fretta e furia nella “spa del benessere” dei sotterranei di Montecitorio, di non poter più usufruire dei viaggi studio all’estero. Si chiama indennità di solidarietà, è esentasse, ed è pagata con i soldi dell’Italia che lavora per i privilegi della solita casta. Una specialità tutta italiana.

Socrathe

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La Domenica delle Palme agitate

Posted in Politica, satira con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Marzo 20, 2008 by socrathe

Dal Vangelo secondo Drago

Va’ e anche tu fa’ lo stesso

-Siete uomini di poca fede.

Così disse il Maestro alla folla di fedeli che aveva radunato nell’orto di Pasquale in una Domenica d’agitazione festosa di ramoscelli d’ulivo e piccole palme. Un brav’uomo Pasquale, fatto cristiano per cannoli e matrimoni, venduti e festeggiati nell’oasi di famiglia, nella casa che fu dei suoi avi e che prendeva adesso il nome suo: Villa di Pasquale. Il Maestro quel pomeriggio gridava parole diverse da quelle che aveva sempre pronunciato nel passato: “Che fantastica storia e’ la vita”, “Abbiamo creato dei mostri, abbiamo sbagliato. L’ho fatto anche io”. Il gruppo già disordinato dei suoi seguaci non riusciva a seguirlo.

- Il Maestro vaneggia! – disse Giancarlo, apostolo di Floriddia, quasi sottovoce all’amico Giovanni della Scala, che per togliersi dall’imbarazzo di non aver compreso a fondo le parole del Messia annunciò subito l’adesione e l’appoggio di tutto il suo gruppo, tutti esponenti dell’Ultima Dinastia Emarginata dagli Ulivisti Rifondaroli – conosciuta al mondo intero come UDEUR, cellula impazzita e spina nel fianco di ogni Messia, poiché a tutti i Messia fu devota.

- Giovanni, non occorrono adesioni adesso. Grazie di cuore – rispose l’apostolo Giancarlo con la mente distratta e logorata da un dicotomico pensiero: da un lato le deliranti parole del Messia -“Abbiamo creato dei mostri, abbiamo sbagliato”- che pulsavano ancora, forti ed incalzanti, come il cuore di una cavalla impazzita eppure il Maestro non faceva abuso di vino dalle nozze di Cana – e dall’altro la triste notizia, funesta, inaspettata: la cassa del partito era quasi vuota! Bisognava informare il Maestro. Occorreva fare presto. Non c’era tempo da perdere. Il discorso ai fedeli stava per finire.

-Da qui non scappa nessuno senza pagare il conto!- mormorava dentro di sé Pasquale il Fariseo, che al pari di un canuto avvoltoio, bianco di peli e senza scrupoli seguiva con attenzione le mosse del Maestro e dei suoi apostoli. Aveva messo guardie dappertutto. Le vie d’uscita della sua casa, la famosa villa di Pasquale, erano ben controllate. Nessuno sarebbe potuto evadere senza aver prima saldato il conto. E Giancarlo, l’apostolo di Floriddia, questo lo sapeva. – Pasquale non era un fesso. Tremava al sol pensiero di doverlo affrontare.

Pietro, detto Piero, apostolo di famiglia Torchi, rifiutò di riferire la cattiva notizia al Maestro e disse a Giancarlo di eseguire gli ordini di scuderia, senza discutere: scappare senza pagare! E la parola del Maestro non poteva essere disattesa. Nella sua disperazione, l’apostolo di Floriddia, si rincuorò quando Peppe, il Messia, il Maestro, il Drago, venne avvicinato da un oratore generoso e devoto, guarnito di vecchia e solida esperienza, interprete di transumanti pensieri, guida spirituale dei volta gabbana, Ferdinando, ovvero, l’Adornato. L’oratore gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque andrai” Ma Drago rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”. Era la Domenica dei deliri. Qualcosa d’importante stava per accadere. Un svolta storica. L’Adornato non capì che cosa intendesse il Maestro Drago con “Figlio dell’Uomo”, poiché da sempre erano le donne a partorire bambini e non gli uomini; terminò il suo discorso e se ne andò indignato, borbottando: -le pari opportunità? Mai sia! Eppure, in poche parole il Messia riassunse le convinzioni dei Casini di tutta una vita: “andiamo da soli Ferdinà, siamo perduti!”.

E un altro venne da Drago e gli disse: Vorrei seguirti, ma prima devo tornare in consorzio per bonificare dei fedeli. Era Giovanni, Fariseo dei Cosentini.

- il Maestro farnetica – Per la prima volta il Floriddia, scoraggiato dagli strani e folli comportamenti del leader, cominciò a dubitare che Drago, nel quale aveva riposto tanta fiducia e impegno, fosse il Messia atteso. E fu colto da un lieve malore nel sentire il Maestro rispondere così al Cosentini: “Seguimi e lascia i fedeli al consorzio senza bonifica e senza lavoro”. Ma cos’era il consorzio? e la bonifica? Nessuno mai lo comprese. Bisognava portarlo via dalla villa di Pasquale. Subito. E il conto? Chi lo pagava?

- Ecco l’agnello che toglie i peccati del mondo Una voce sconosciuta rompe il silenzio dei già muti pensieri degli apostoli, dall’orto degli ulivi. E a dire il vero, quelle parole, catturano perfino l’attenzione di Pasquale che presidiava costantemente senza concedersi distrazioni la porta della sua villa. Chi era costui. Chi aveva declamato quelle soavi parole con sì tanta passione.

- Sei tu colui che deve pagare il conto a Pasquale o dobbiamo attenderne un altro?- gridò Giancarlo, riacquistando intanto colore e favella. I fedeli, attirati da quella voce divina e dal grido felice dell’apostolo Floriddia si ripetevano l’un l’altro: Chi è quest’uomo? E lasciarono il Maestro sul palco a farneticarsi addosso.

- Sono io, Orazio- rispose l’uomo con fermezza, distratto dai baci e dagli abbracci della folla che già lo calcava. – Sono l’apostolo della forestale, il prodigo figlio del piccolo borgo marinaro di San Pieri (qui le fonti discordano poiché il Messia ancora non era morto, la sua parola poco diffusa e Santi in giro non ce ne dovevano stare!). Orazio sin da ragazzo pensava di poter cambiare il mondo. Voleva combattere contro le ingiustizie, a favore dei più deboli. Era un ribelle, forte di un valore che i suoi genitori gli avevano insegnato: l’onestà. Una mina vagante per l’etica del gran Maestro! L’apostolo della forestale, non ebbe manco il tempo di completare quel suo breve ma intenso pronunciamento che una colomba discese dal cielo e si posò su di lui. Era il prescelto. Il cielo lo aveva indicato. Era lui che doveva salvare la “capra sacrificanda” rintronata a suon di cavoli dalla folle oratoria del palco e, saldare i conti con quel Fariseo di Pasquale per l’affitto dei locali della sua villa, dove il Maestro aveva radunato i fedeli, nel pomeriggio di quella Domenica di Marzo. Giancarlo Floriddia a quel punto era già in estasi. E per miracolo i suoi occhi piansero lacrime d’azzurra libertà.

Era già tutto previsto. – Dopo di me verrà uno che è più grande di me – il Maestro aveva parlato ai suoi fedeli del nuovo Messia in tempi non sospetti. Aveva predicato di un “uomo forte” per la continuazione del suo regno. Orazio era dunque il predestinato, la pietra su cui Peppe, il Drago, avrebbe edificato la sua casa. Il successore.

Pietro, detto Piero, l’apostolo della famiglia Torchi, che aspirava al regno ed alla successione, custode di tutte le verità, che s’era prodigato per il Maestro da sempre, reggendogli anche le bisacce, al grido di gioia dei fedeli -“Benedetto colui che viene nel nome di Drago! Osanna ad Orazio nel più alto dei cieli!- perdette i sensi e cadde privo di conoscenza al suolo. Nessuno si curò di lui.

-È il figlio dell’uomo; è tempo per me di farmi da parte e lasciare che egli faccia la mia volontà- E Orazio rispose alle parole del leader a stretto giro di Aramaico: - Fiat voluntas tua.

Socrathe, 20 Marzo 2008

Quindici gocce di atropina. Moro: la storia.

Posted in Cultura, Politica con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Marzo 16, 2008 by socrathe

la Duchessa vede “i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro dove un tempo antichi guerrieri scendevano nell’arenala Duchessa vede “i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro dove un tempo antichi guerrieri scendevano nell’arena..”. Il trentennale del rapimento dell’Onorevole Moro accende la fiamma di una memoria, solida, resistente, condivisa; di un mistero ancora insoluto, segretato per troppi anni dagli “omissis” di Stato, di una storia fragile, contraddittoria, incerta, ancora precaria. È giunta l’ora di fare i conti con il nostro passato. La storia top secret del caso Moro è dentro più di 100 faldoni coperti dal Segreto di Stato e custoditi in un armadio blindato degli archivi della commissione Stragi. Era il 1998 quando il Presidente di quella Commissione, Giovanni Pellegrino, affermava: «Siamo vicini ad una svolta, so cose che non posso dire e che non direi neppure in seduta segreta alla commissione stragi» Il Senatore Pellegrino aveva appena ricevuto dall’allora Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, documenti «non portati a conoscenza dell’autorità giudiziaria», di «atti di elevata classifica», perciò da «considerarsi di vietata divulgazione». Un vero e proprio tesoro, custodito tra i fascicoli provenienti dal Sisde e dal Sismi, e coperti dal Segreto di Stato. Cosa nascondono quei documenti di così inquietante? Gli articoli di questi giorni per commemorare il luttuoso evento del 16 marzo 1978, hanno solo sottolineato una verità partecipata e patteggiata. “Sottratte le ragioni e i responsabili, chi ha ucciso quegli uomini e perché?” Sulla lapide di via Fani non c’è scritto. Come se non potesse essere ancora scritto”. Come se ancora non se ne potesse fare “storia”. Come se fosse qualcosa di troppo azzardato da scrivere, o meglio, da riscrivere. Proviamo ad aprire il forziere delle verità taciute.

Le siepi di Via Fani, in quel tiepido mattino del 16 Marzo 1978, furono l’unico testimone oculare del massacro degli agenti di scorta e del rapimento dello statista della DC. Uomini con impermeabili blu e berretti da piloti dell’Alitalia, uscirono da dietro il verde pitosforo che costeggia la strada fino all’incrocio, armati di pistole e  M12. Spararono 91 proiettili contro gli uomini della scorta di Moro, annientati in una manciata di secondi. Tre Poliziotti e due Carabinieri: cinque vite. siepi di via fani, pitosforoA ricordare i custodi di Moro ai posteri sarà solo una semplice lapide, impressa sul muro tufaceo e protetta da un vetro di inaccettabile mistero. Un’esecuzione perfetta, chirurgica, per mano di due Killer professionisti. La maggior parte dei tiri, sparati dai due lati della strada e da due sole armi, andarono tutti a segno. Nessun colpo sprecato. Un’azione da manuale. Un attacco militare di estrema precisione. Il Presidente Moro uscirà con le proprie gambe dalla Fiat 130, incolume. La pioggia di fuoco non provò nemmeno a sfiorarlo. I proiettili usati erano di tipo speciale, di quelli in dotazione a forze statali militari non convenzionali. Gli stessi ritrovati, anni dopo, nei sotterranei del Ministero della Sanità, l’arsenale della Banda della Magliana. Nelle cinque edizioni del processo nulla di questo è mai emerso; le siepi non sono state chiamate a testimoniare. Una strana “smemoratezza”. «Il Presidente Moro fu rapito e tenuto in ostaggio per cinquantacinque giorni in Via Camillo Montalcini, zona Magliana». Ce l’hanno detto e scritto in tutte le salse, qualche giudice ci ha pure creduto. Ma è solo una verità processuale. Il che non vuol dire che è la verità assoluta. L’unico dato certo è che il demiurgo del compromesso storico –quella mattina del 16 marzo 1978- fu rapito. Ma il Presidente Moro fu sequestrato due volte nei cinquantacinque giorni che seguirono alla strage di Via Fani. Nessuno ha mai provato a confessarlo ai magistrati succedutisi alla conduzione del processo. La prima custodia si chiuse di fatto il 18 aprile quando il sequestro subì una svolta decisiva. La sprovveduta brigata che aveva accudito il prigioniero per un mese, fu attaccata da un falco rapace e senza scrupoli. Il covo di via Gradoli –un appartamento in uno stabile conosciutissimo ai servizi segreti italiani- quello per cui il Presidente Prodi scomodò l’anima di Giorgio La Pira in una seduta spiritica, fu “bruciato”. Saltano fuori appunti strategici e nomi. Il falso comunicato numero 7, quello del Lago della “Duchessa”, scritto sotto dettatura da un falsario legato alla Banda della Magliana -con la stessa testina IBM usata nei primi sei comunicati dalle ingenue colombe che tenevano Moro-, completa il quadro. «Noi vi abbiamo in mano, possiamo prendervi in qualsiasi momento». La “colomba” passa la mano, si alza dal tavolo da gioco, e lascia il piatto al “falco”, in una partita a poker giocata dalle stesse persone che scrissero con largo anticipo le sorti del Presidente della Dc nelle pagine dei due piani Victor (Moro vivo) e Mike (Moro morto). Da quel momento in poi fino alle 7.00 del mattino del 9 Maggio 1978, Moro, fu nelle mani degli alfieri del suo triste epilogo. Dove? Mino Pecorelli -due settimane dopo il ritrovamento del cadavere del Presidente della DC- scriveva di una “bionda Duchessa” in un trafiletto del suo giornale: “la Duchessa vede “i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro dove un tempo antichi guerrieri scendevano nell’arena.. ” «Chissà cosa c’era nel destino di Moro perché la sua morte fosse scoperta proprio contro quel muro». L’allusione a Gladio è rivelata senza indugio dalle parole del trafiletto del fantacronistico giornalista. Pecorelli fu ucciso nel Marzo del 1979 con quattro colpi di pistola calibro 7,65 caricata con proiettili dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nella Santa Barbara della Banda della Magliana, nei sotterranei del Ministero della Sanità. Gli stessi proiettili del tipo “a lunga conservazione” furono rinvenuti nei depositi sotterranei dei Gladiatori. Una semplice coincidenza? Non direi. Ed ancora, Gladio era presente in via Fani, con armi, munizioni, colonnelli e soldati. È superfluo dare un nome al tiratore scelto di quel massacro di Stato. La “Duchessa” era una figura allegorica ricorrente negli scritti di Pecorelli. La Duchessa è presente nel falso comunicato n. 7 di Tony Chichiarelli -un falsario noto per le copie di De Chirico- mente pensante della banda della Magliana. La Duchessa era la proprietaria del palazzo principesco di via Caetani: la prigione del popolo. Nelle fredde stanze del palazzo rimbomba ancora la voce del Presidente della Dc che detta il suo memoriale all’anfitrione, la colomba “del potere più alto”, quella che portò a termine la partita dell’interrogatorio, quella senza volto  ma che un nome l’aveva eccome: Igor Markevitch o meglio Igor Caetani, marito della signora Topazia Caetani, principessa dell’omonima casata, e proprietaria del palazzo nobiliare che si trova all’angolo tra via Caetani e via dei Funari, a venti metri da dove la mattina del 9 maggio ‘78 fu ritrovato il corpo dell’Onorevole Aldo Moro. Un palazzo con il passo carraio e due leoni in pietra nel cortile, che corrispondono alle indicazioni fornite dal fantacronistico Pecorelli. Moro fu rapito due volte ma non fu trasferito mai di carcere. La prigione di Via Montalcini fu solo un set cinematografico per le foto di rito a corredo del memoriale narrato e mai per intero fotocopiato, costruita ad hoc dai “muratori” che lavoravano al piano Morte. Le quindici gocce di atropina che sarebbero servite a narcotizzare il Presidente, per liberarlo, non furono mai somministrate. Ci fu solamente un cambio di guardia alla sua custodia nei cinquantacinque giorni di detenzione: agli angeli bianchi della trattativa e della liberazione subentrarono i demoni neri della fermezza e della morte. Undici colpi, i primi due silenziosi gli altri nove a raffica scrivono la parola fine al sequestro del Presidente. Il costo totale dell’operazione “Moro Morto” fu di 35 Miliardi di lire, pagati dai servizi segreti nel 1984 alla Banda della Magliana, agevolando una rapina “sotto copertura” alla Brink’s Securmark, un deposito che faceva capo a una catena bancaria di Michele Sindona. Sul pavimento del deposito furono rinvenuti sette proiettili calibro 7,62 –lo stesso calibro della pistola usata per l’omicidio Pecorelli- sette piccole catene e sette chiavi ad evidenziare il numero, il Sette, come il falso comunicato del lago della Duchessa. L’ultima  pagina della nostra memoria ricorda una voce al telefono: “Brigate Rosse.. […] Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’ onorevole. Aldo Moro. […] lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole. Aldo Moro in via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri dì targa sono N5.”  Ma la storia fu tutta un’altra cosa. Se ci fosse luce, adesso, sarebbe bellissimo.

 

Socrathe, 16 Marzo 2008.

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