La Cavalcata e il Gioia ai tempi del colera

Nel 1626 Scicli fu colpita dalla peste. Di questa terribile sciagura ne aveva avuto presagio una signorina tutta casa e chiesa, una vecchia bizzoca di Chiafura che portava sfortuna solo a nominarla, come raccontano le cronache del tempo, ma non era una majara. Anzi, tutt’altro. L’ascetica “donzella” nelle sue meditazioni aveva visto bene: i raggi della Gioia saranno incatenati nel giorno di Pasqua dai fiori di un Santo, la città sarà illuminata a morte dalle ciaccàre… Che voleva dire la profezia.

La cavalcata di San Giuseppe e il GioiaSi racconta che la Festa del Gioia nell’anno del Signore 1626 fu traslata di un mese rispetto alle celebrazioni calendarizzate della Santa Pasqua. Ovvero, la Pasqua non si festeggiò la Domenica successiva a quella delle Palme. Le lancette dei festeggiamenti del Gioia furono spostate in avanti di un mese! Le tre principali feste di Scicli erano kermesse primaverili: la Cavalcata di San Giuseppe, il Cristo Risorto e la Madonna delle Milizie salutavano il luminoso risveglio della natura dopo il malinconico buio dell’inverno (da Cronache del Basso Impero – J. Petrolius – prima edizione). La cadenza delle tre feste dava vita a una successione naturale di numeri fausti. C’è poco da dire. E sulle tradizioni la proprietà transitiva della matematica non poteva essere applicata. Anche perché sui numeri categorici delle date destinate ai festeggiamenti dei Santi nessuno doveva mettere mano. Il teorema di Gregoriano, quello del calendario per intenderci, parla chiaro: il 25 dicembre è Natale, il 6 Gennaio è l’epifania, il 19 marzo è San Guseppe etc.. Tuttavia a Scicli nel 1626 qualcuno provò a sovvertire l’ordine degli eventi. Una risoluzione assurda e strana tanto da far smarrire il senso del divino orientamento ai poveri popolani che vivevano di abitudini e di certezze, e che erano altresì preoccupati per l’ inconcepibile decisione del Vescovo che -per una circostanza ancora oggi non chiara- volle dare spazio alle celebrazioni della Fuga in Egitto della Sacra Famiglia(1) proprio nel giorno della Resurrezione.

Il Vescovo s’era messo in testa di cambiare le magnifiche sorti e il destino fausto e progressivo della città di Scicli che era uscita indenne dal terremoto del 1500. Il sisma distrusse Noto, Modica e altri paesi della Contea, non scordiamolo. A Scicli nessun danno degno di rilievo! Insomma una sorta di rivalsa del patriarca contro il popolo sciclitano -immune dalle sventure del secolo e del territorio- mutando l’ordine ciclico delle tradizioni. Una trovata geniale, bisogna ammetterlo. Per farla breve, il Vescovo mischiò le date delle feste solenni e ne uscì fuori un casino che non vi dico.

I popolani alla notizia che il Gioia non sarebbe uscito la Domenica di Pasqua, confortati (si fa per dire!) dal nero presagio della signorina ascetica, insorsero contro la curia di Rosolini [la sede vescovile di Noto s'era dovuta accomodare in casa dei vicini per il terremoto del 1520 (da Cronache del Basso Impero – J. Petrolius – prima edizione)].

E così gli sciclitani attaccarono le Chiese, s’impadronirono dei campanili e suonarono per una settimana intera le campane della città a morto. In qualche modo occorreva manifestare il proprio disappunto. Ma il Vescovo da quell’orecchio pareva non sentirci. La bolla del patriarca di Noto parlava una lingua abbastanza chiara:  “i festeggiamenti della Pasqua sciclitana nell’anno del Signore 1626 dovevano essere traslati di un mese rispetto al rito della Cavalcata del Santo Giuseppe che, per lo istesso anno, doveva celebrarsi nel giorno in cui i fedeli di tutto il mondo cristiano avrebbero pregato per la Resurrezione di Gesù”.  Che, tradotto in italiano corrente, vuole dire: La cavalcata di San Giuseppe viene festeggiata la Domenica di Pasqua, il Gioia un mese dopo!

A nulla valse issare sul campanile del Duomo di San Matteo una “pezza” scarlatta a mo’ di disgusto sbattuto dal vento. La stoffa -trovata da un pescatore donnalucatese sulla spiaggia di Micenci, tale “Ciccio u caliatu”- era maleodorante e sporca… forse una maglietta abbandonata da una nave “guastata” al largo delle coste sciclitane […]. L’indumento diventerà di lì a poco il simbolo delle rivendicazioni sociali di massa gridate dai proletari di Scicli e di tutto il mondo. Ma questa è un’altra storia.

Alla folle decisione del Vescovo di mutare gli eventi prendendo la Fortuna di Scicli alla sprovvista -ovvero cambiando l’ordine gregoriano delle tradizioni- gli sciclitani proprio non ci stavano. Il Vescovo non voleva dare punti stabili di riferimento al Destino che da sempre aveva avuto un occhio di riguardo per Scicli e gli sciclitani. Ogni consuetudine religiosa doveva essere festeggiata come Dio comandava. La Santa Pasqua nel giorno di Pasqua e la Cavalcata un mese prima. Punto e basta! Il popolo, a ragione,  temeva una ritorsione di tutti quei Santi che in giusto tempo e in opportuno luogo dovevano essere lodati e festeggiati dalla città. E la gente di Scicli, religiosissima e bizzoca, proprio non si sbagliava: i Santi al loro calendario rituale ci tenevano eccome! Così come esatte risultarono le meditazioni ascetiche della prefica del Duomo.

E così Scicli fu veramente distrutta dal male, dalla nera gramaglia, di cui parla il Carioti, e non solo. Arrivò dunque la peste e alla tragedia nera s’aggiunse la verde invasione delle cavallette che nel 1626 divorarono i raccolti producendo danni incalcolabili al territorio, all’economia e al popolo tutto. Poi arrivò l’alluvione che appianò le campagne e le case e poi ancora acqua dal cielo copiosissima che Dio te la manda! [...] E appunto il Signore e tutti i suoi Santi l’avevano mandata! …

Scicli, Aprile 2009. Pasqua è già passata. Il Gioia è passato. Oggi sarà in scena per le strade del paese l’infioratissima Cavalcata di San Giuseppe che doveva essere festeggiata il 19 Marzo!Trecentottantatrè anni dopo la storia si ripete… !?!

Socrathe

(1) la ‘ncravaccata


Un ringraziamento particolare va alla famiglia Petrolius, sciclitana,  per avermi dato l’opportunità di consultare il manoscritto del 1781 “Cronache dal Basso Impero” .

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