La colpa orfana e l’umana pietà

 

L’umana pietà per la morte del piccolo Giuseppe Brafa è, ovviamente, fuori discussione. Chi non si è commosso, chi non ha pianto, chi non è rimasto atterrito, agghiacciato di fronte a questa tragica morte. Chi non tremerebbe nel cuore e pure nell’anima al racconto di quella terribile sequenza d’un bambino braccato come una preda inerme e poi finito, sbranato, da un’orda di cani assassini. L’umana pietà non solo è dovuta ma sorge spontanea dall’anima di qualunque persona che non ha smarrito il senso del rispetto che si deve alla vittima di questa inenarrabile violenza. Ma poi, nell’albergo della nostra coscienza, s’affollano le domande.

 

La prima: perché dopo il delitto del piccolo Giuseppe i cani del branco assassino sono rimasti liberi di braccare Marya, la turista tedesca, e ridurla in fin di vita?

 

La seconda: perché quel branco selvaggio ha avuto sete e fame di sangue e carne umana?

 

Ecco due temi sui quali la nostra coscienza s’interroga e sui quali l’opinione pubblica vuole trovare delle risposte. Andiamo per ordine, se mai un ordine a questo caos di ragioni si può dare.

 

Giuseppe Brafa è stato ucciso Domenica 15 Marzo; i suoi Killer? un branco di cani selvaggi che nella mattinata braccano tre uomini, ne feriscono in modo grave due e ne uccidono uno, un bambino, un povero e innocente bambino. Virgilio Giglio, il proprietario della casa canile di contrada Pisciotto, viene tratto in arresto nel pomeriggio di quella stessa Domenica di terrore: i cani che hanno ucciso Giuseppe potrebbero essere suoi. Inizia la bonifica ambientale a casa Giglio – un vero e proprio museo del ribrezzo, un rudere senza porte né finestre, niente luce elettrica, carcasse di animali dappertutto, odore di morte e di sporco in ogni angolo e in ogni stanza: tuttavia del branco assassino non c’è traccia.

 

È già notte a Sampieri, la battuta di caccia alle bestie assassine subisce le difficoltà del buio e dell’impervio: trovare i cani che hanno cacciato e poi ucciso il piccolo Giuseppe diventa assai complicato. Le operazioni di ricerca degli spietati uccisori si rassegnano a un indecifrabile e illogico stop.

 

Nel frattempo nessuno ha disposto il divieto assoluto di “transito” e accesso nel triangolo della morte: il comprensorio Sampieri – Pisciotto – Marina di Modica. Nessuno ha informato la popolazione dell’emergenza ancora in corso. Nessuno ha fatto evacuare la zona.

 

Lunedì 16 Marzo, il sole è già alto sulla Fornace Penna. Continuano le operazioni di bonifica e cattura degli animali stanziali nella casa-canile del Giglio,

 

“dalle condizioni igieniche insostenibili” grida adesso l’Ausl che a Settembre non ha potuto controllare lo stato delle cose, “lui non ci ha fatto entrare”;

 

potevano comunque farsi autorizzare dall’autorità giudiziaria ed aprire con forza il cancello degli orrori piuttosto che girare le spalle al disagio di un uomo e dei suoi animali. Circa 40 animali catturati. Il branco assassino è ancora libero, e nel pomeriggio, appena 25 ore dopo aver ucciso il piccolo Giuseppe, sferra un attacco a un’anziana signora in territorio Marina di Modica: siamo a poche centinaia di metri da contrada Pisciotto, dal luogo del delitto e dalla casa canile assediata da cronisti e forze dell’ordine, la task force. Le bestie non hanno ancora placato la loro rabbia, la loro fame, la loro sete, e come furie s’avventano su una bambola che fanno a pezzi e a brandelli con le loro fauci. Proprio come hanno fatto con il povero Giuseppe. Per la signora solo tanto spavento: salva, per un soffio. I cani del terrore non avvertono minimamente d’essere braccati e agiscono indisturbati lungo il sentiero degli orrori. E di battere il territorio centimetro per centimetro – setacciando le fitte maglie dei rovi, controllando tutti gli anfratti rocciosi della scogliera vicina, rastrellando le cave, i buchi e le siepi di fichi d’india e rosmarino – per consegnare ad un triste e lontano ricordo la presenza dei cani assassini in quel teatro dell’orrore, non se ne parla neppure. Come se i cani assassini avessero dovuto consegnarsi spontaneamente e con ragionevolezza alla task force, d’ordine e controllo, che presidiava la casa canile e i suoi dintorni. Come se i cani della morte fossero dovuti piovere dal cielo come pioggia purificatrice di colpe, ansie e paure. Come se tutto quello che abbiamo fin qui narrato fosse stato un incubo e niente più.

 

Pochi mezzi e uomini a disposizione. Approccio investigativo approssimativo e scarso, metodologia di ricerca superficiale e inefficace: un vero e proprio disastro. Due giorni di caccia apparente circoscritti nell’ambito del fallimento totale. I cani che hanno ucciso Giuseppe Brafa sono ancora liberi. È l’unica cosa certa. La zona non viene evacuata, nè circoscritta e interdetta l’area di emergenza. La notte di Lunedì 16 Marzo avvolgerà nelle spire del suo buio più nero le speranze della cattura del branco. E tinto di lutto e di nero sarà il risveglio di tutto un popolo che gridava giustizia dopo l’assassinio del bambino: Martedì 17 Marzo, il branco fa a pezzi e riduce in fin di vita una povera turista tedesca sulla spiaggia di Sampieri. A pochi metri dalla Fornace Pisciotto, a pochi metri dal sentiero della morte. Il copione è sempre lo stesso. I cani avvistano la preda, la circondano, l’attaccano senza alcuna pietà. Carne e sangue. Loro, le bestie assassine del Pisciotto, cercano solo questo. Come se gli animali fossero abituati al sapore di carne umana. E qui voglio rispondere al secondo e irragionevole quesito, evidenziato in premessa. I cani hanno attaccato, azzannato e poi sbranato Giuseppe con “consapevolezza”, e così è stato per la povera Marya, come se già altre volte avessero abusato dell’uomo e della sua carne e soprattutto del suo sangue. La preda, l’Uomo, avrà evidentemente altri sapori e altri odori, rispetto “ai sapori e agli odori” simili, ma non uguali, della carne e del sangue di un vitello macellato che il Giglio, spesso, soleva offrire in pasto agli animali nella sua casa canile. E i Killer che hanno ucciso Giuseppe cacciavano l’Uomo, con piena coscienza ed esperienza di odori e sapori conosciuti: gli animali vivono d’abitudine, di gesti e movimenti ripetuti nel tempo, di odori conosciuti e famigliari.

 

Che ne sappiamo noi di sbarchi clandestini al buio e sugli scogli di Sampieri, di uomini feriti e stremati da un viaggio “impossibile”, di uomini invisibili a bordo di barche invisibili, di membra sbattute dal vento e dal mare, di corpi in fin di vita riversi sulle rocce e le sabbie del Pisciotto di cui nessuno ha mai chiesto conto e ragione, di cui nessuno ha mai saputo niente, di cui nessuno saprà mai niente, perché nessuno ha visto niente, perché niente e nessuno sono stati mai narrati. Tracce di uomini, di carne e di sangue cancellati dal mare, dal nulla e dal niente, o forse, da nessuno… 

 

I cani Killer non temono l’uomo. Anzi, lo affrontano a viso aperto in un contesto assurdo di pari dignità, che ha dell’incredibile. I cani, dopo aver ucciso Giuseppe Brafa, non hanno avvertito minimamente la sensazione di essere braccati dall’uomo. Che pure dovevano temere. E nel contesto della pari dignità, assurda e incredibile, doveva essere gestita l’operazione di cattura del branco, come se a uccidere il bimbo fosse stato un uomo, un branco di uomini. Ovvero, usando la stessa meticolosa attenzione investigativa per risolvere un caso d’ordinaria e umana follia, di cui la cronaca nera di tutti i giorni è piena zeppa. Tutto ciò non è stato fatto. Il caso Giuseppe Brafa è stato trattato dagli inquirenti con “incomprensibile” leggerezza e chi ha governato, da Domenica 15 Marzo ad oggi, le operazioni di cattura dei cani assassini ha fallito.

 

Gli animali hanno agito in assoluta libertà, sempre e solo nello stesso luogo. Il palco degli orrori è circoscrivibile in un teatro di appena un chilometro quadro. I cani non si sono mai spostati da lì, perché lì era la loro casa. I cani hanno agito sempre e solo in quella zona. Lì era il loro territorio di caccia.

 

È incomprensibile e inaccettabile qualsivoglia motivazione addotta a scusante, incassato il secondo efferato attacco, da chi aveva l’obbligo di catturare il branco, e subito!, dopo la morte del piccolo Giuseppe.

 

Marya, la turista tedesca, quella mattina doveva essere bloccata dalle forze di Polizia, dalla task force in campo: sulla spiaggia di Sampieri, con i Killer ancora in libertà, non doveva starci nessuno. Il punto è questo. L’emergenza non era ancora rientrata, e come tale doveva essere ancora gestita. Le forze dell’ordine dovevano presidiare e interdire ogni accesso al comprensorio della morte, notte e giorno, senza tregua. Ma quella mattina Nessuno! ha fermato Marya. Così come nessuno ha pensato che l’arresto e l’allontanamento del Giglio dalla casa canile, avrebbe potuto ostacolare e rendere ancor più ardua l’operazione di cattura del branco assassino, qualora i cani fossero appartenuti veramente a Virgilio Giglio, il “custode giudiziario”, così come recita il mandato di cattura. Il “leader” di quel branco doveva stare lì, in quella casa canile, guardato a vista qualora fosse stato opportuno; il normale equilibrio dell’ambiente, del sistema casa-canile doveva rimanere immutato: gli animali vivono d’abitudine, di gesti e movimenti ripetuti nel tempo, di odori conosciuti e famigliari.

 

Nessuno ha valutato attentamente questa eventualità. Gli inquirenti e i militari hanno agito d’istinto in un contesto d’effimera opportunità: arrestiamo un uomo e mettiamo a tacere l’opinione pubblica! Bastava solo riflettere un pochino di più e la nostra Marya poteva salvarsi dall’aggressione. La gestione delle emergenze passa da una rete a maglie fitte intrecciata a senno e consapevolezza. L’imprudenza, l’irresponsabilità, l’inesperienza conduce tosto al fallimento, e niente più.

 

Pietà non significa pietismo o debolezza. Pietà non significa presentarsi imbelli all’appuntamento con le proprie colpe e le proprie responsabilità. L’umana pietà nei confronti di Giuseppe Brafa e di Marya significa, per chi ha avuto il comando e la gestione delle operazioni, accettare d’aver fallito, farsi da parte e occuparsi di cose meno serie. Pietà è prendere coscienza della realtà e giudicarla per quella che è stata: un bambino che non crescerà e una donna sfigurata nel volto, nel corpo e soprattutto nell’anima.

 

 

Socrathe e il Moderatore di Sciclinews

 

 

 

Archivio foto , Arianna

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