“Vivere l’anima è più importante che vivere il corpo”. Impalpabili pensieri di una vita passata a colorare le ombre. Immagini in bianco e nero di una malattia che gli negava la luce. Cieco, quasi. La notte risiedeva nei suoi occhi sin dalla nascita. A guidarlo nel cammino senza Sole, il cuore. Poi il trapianto di cornea, la luce. Un’anima musicale in continuo movimento che mai ha risentito dell’infermità del corpo nei suoi esercizi di soul, in contraddizione.
Dal funky nero e napoletano al rài algerino e in blues, musiche dal mondo e per il mondo. Non è certo una biografia quella che sto tracciando di Enzo Avitabile, nondimeno, un punto di partenza per una serie infinita d’esperienze in musica. L’ultima tappa di Note di Notte Festival ospita la poetica e il ritmo di Avitabile in un concerto di musiche e parole senza fine. Sullo sfondo la roccia dell’Eremo della Croce Santa a Rosolini, armonica e sorda vibrazione di pietre silenziose, da sempre. Agon melodico fatto di botti, falci, tini e fiati, in una fusion di suoni inauditi.
Fatt’ arrass’, ascite, maluocchie sicche, ca ve ne caccio cu ‘o ‘nciènzo benedetto, Ddio m’arrassa da mali vicine, da ‘mmiria canina e da buscia d’ommo dabbene. Chi vo’ male a’ chesta casa ha da murì primma che trase. Sciò sciò cicciuvéttela!! Sciò, sciò, ciucciuè!”
Come un nuotatore, Enzo riscopre nell’intimo delle tradizioni popolari antiche divinità sommerse. Una discesa epica all’origine del Pathos e poi su fino alla pastellessa. “Opere, non “prodotti”, che lo hanno distinto dagli altri grandi della canzone italiana, modaioli che giocano alla guerra sulle rovine della Musica. Coscienza di tornare alle tradizioni, al dialetto, ai canti e alle devozioni popolari, sbavature di emozioni che non guardano al mercato. “Capire la musica, non subirla”. Consapevolezza di produrre senza ansie e paranoie da profitto. Poetica delle tradizioni, elaborazione di un “dialetto colto”, da ‘Lu cunto de li cunti’ di Giovan Battista Basile alla lettera di Plinio il Giovane a Tacito sull’eruzione del Vesuvio del 79 a.c. Avitabile è uomo di lettere, nel pieno senso del termine.
Più di cento concerti l’anno in giro per il Mondo, pagano il ritmo ad una “danza popolare e universale”, ad un sound decolonizzato e contaminato da multietniche epressioni musicali. Trance in percussione di botti, dub lento fluviale e ipnotico, i due suoni si riecheggiano l’un l’altro, i due emisferi della sua musica si congiungono, voci antiche e nuove, anime armoniche che vibrano al suono delle sue emozioni, che Enzo riesce a trasmettere dal palco alla sua gente, alla sua piazza, la grande voce delle cose.
Suoni di periferia. Umiltà profonda e profondo orgoglio, coscienza della propria musica e senso di appartenenza ad ogni cosa, alla sua terra sacra, il Sud, e a Dio:
Sia laurata Maddalena – ca sta ‘ncielo e pure me prega – tanto prega e pure se prega – finchè sta grazia me cunceda – ma si sta grazia nuie a vulimmo – pregamm’ ‘a Viergine ca l’avimmo.
Una rivolta contro la banalità delle “frasi fracassate e dei suoni a fracassa” da hit parade, mettendo in campo l’unica arma possibile: la poesia antica in musica con ciaramella e mandoloncello, percussioni, giri di basso impetuosi e saxophone. «Quando nacqui, una stella danzava», dice così un’eroina di Shakespeare. Solo tornando a Shakespeare ci si può convincere che questo artista, così universale e così particolare, sia forse nato nell’attimo in cui una stella cominciava a danzare. E sul soul express di Enzo, stelle, luci e ombre hanno ballato da sempre. Coreografie, o se volete, mutazioni, “guerra non guerriglia”. Trasformazioni delle circostanze della vita in cose eterne, o che aspirano ad esserlo, tanto per citare Borges. I fiumi della sua musica colgono il tempo della perpetua fuga, in trasparenza, la profondità dei testi, un lento fluire di poesia.
I’ ero ‘o cielo, ‘o cielo ca scenneva,
i’ ero ‘a terra, ‘a terra ca saglieva,
i’ ero ‘o viento, ‘o viento ca sciusciava,
i’ ero ‘o mare, ‘o mare ca s’agitava.
Mi capiterà ancora di pensare a lui, ascoltando le pietre, in ombra. Il resto è “int’ ‘o vient’”.