Archivio per Maggio, 2008

Scicli è Sole, è Cieli, è Mare.

Posted in Cultura con i tag , , , , , , , , on Maggio 31, 2008 by socrathe

E’ bella,
di una grazia che non ti aspetti,
ritratti di pietra scolpiti nel tempo,
immutabile bellezza
di Madre premurosa e sorridente,
ha bisogno d’amore.

È vergine e guerriera,
storia di fede antica e verità;
generosa e accogliente,
ha voglia di crescere ancora.

E’ umile e contadina,
conosce il sacrificio di chi ha sudato la propria terra
unico affanno di una semplice vita,
meritato guadagno di semplice gente.

Maestosa e barocca,
nascosta e preziosa,
Scicli è Sole, è Cieli, è Mare.

 

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L’Affare del Cenacolo. La storia dell’arte riscritta a Modica

Posted in Cultura con i tag , , , , , , , , , , , , on Maggio 24, 2008 by socrathe

«Una casa. Al suo interno c’è una tavola con focacce e piatti colmi di cibo; c’è una coppa e un grande recipiente per il vino. Cristo è seduto a questa tavola con gli apostoli. Sul lato sinistro, Giovanni è disteso sul suo grembo; a destra, Giuda allunga la mano nel piatto e guarda Cristo

Questo troviamo scritto in un manuale di iconografia” bizantino” dell’XI secolo, in cui si danno indicazioni molto precise su come gli artisti dovevano dipingere l’Ultima cena.

Tralasciamo l’aspetto “virginale” del buon apostolo Giovanni e il grido del suo disappunto urlato da un efebico cielo : “Non sono Maddalena, come ve lo devo dire!”, perseguitato dal 2003 per la presunta tresca con Gesù da Dan Brown e dal suo codice da Vinci -finanche dal nostro premio nobel Dario Fo per giusta e corretta informazione- ed occupiamoci del Cenacolo in senso stretto, iconografico e religioso.

«Vi dico in verità: uno di voi mi tradirà». I dodici Apostoli seduti alla tavola con Gesù reagiscono con passioni contrastanti e terrore all’annuncio del Messia, ognuno con emozioni e gestualità differenti, varie le espressioni e i gesti narrativi. Una scena drammatica quella descritta nel Cenacolo. Nessun codice cifrato o nascosto. Nessun mistero. La Chiesa commissionava l’opera per illustrare la Vita e la Passione di Cristo, ovvero, rappresentare il clima delle cose terrene del Messia, precedenti all’Eucaristia e al Sacrificio della Croce. Figurazione adatta a decorare i grandi refettori conventuali, per il tema ideale di meditazione e di preghiera offerto alla comunità monastica riunita per consumare i pasti. Fino al Trecento la tradizione dei Cenacoli fu questa.

Dal Quattrocento in poi la Cena divenne un dipinto a sé stante, non necessariamente incluso nel ciclo di rappresentazioni del Mistero della Vita di Gesù Cristo e non necessariamente confinato alle pareti dei refettori. Da Vinci, il Ghirlandaio, Andrea del Sarto, Monsignori, Tintoretto sono solo alcune delle tante firme che glorificarono la produzione di Cenacoli tra la fine del 1400 e la metà del 1500.

Immagini e personaggi tratti dal racconto evangelico, drammatico, triste. L’iconografia imposta dai committenti era questa, e bisognava rispettarla. I pittori non potevano pigliarsi la licentia che si pigliano i poeti e i matti di adornare le figure secondo invenzioni. Dovevano restare fedeli ai personaggi ed alla tradizione del vangelo. È il caso del Veronese che finì davanti al Tribunale della Santa Inquisizione per aver figurato fuori dagli schemi “l’Ultima Cena”; fu costretto a cambiar nome al quadro e censurare qualche “pazza” figura. Il suo quadro divenne il Convito in casa di Levi. È la produzione iconografica classica dell’Ultima Cena che giunge ancora intatta e in tutta la sua bellezza, fino ai giorni nostri. Ultima cena? penultima oserei dire. Perché l’ultima figurazione del Cenacolo è cosa nostra, siciliana, modicana.

Ultima Cena Modica, Cenacolo Modicano

Il dipinto è di un realismo quasi fotografico, rappresentato con colori caldi, contorni morbidi, esuberante interesse per gli effetti di luce. Scompaiono del tutto i motivi religiosi. Le calde plastiche sostituiscono i freddi ori e argenti della posateria classica. La tavola è ricca, accoglie pane e focacce, elementi essenziali del banchetto. I dodici apostoli sono stati immortalati nel loro momento estatico, nell’attimo di stupore, sorridenti. Una rottura definitiva con la tradizione antica che voleva i 13 commensali tristi ed in meditazione quasi monastica. Lo spazio davanti è vuoto: come un invito a prendere posto davanti a tanta luce.

E la luce come elemento simbolico per sottolineare l’evento sacro con esiti straordinari, non proviene dal Messia stesso figurato -vera fonte surreale che illumina la scena di questo quasi dipinto- ma dall’esterno. È generata da un sole che filtra dall’alto, sorprendente, onirica, investe i nuovi apostoli, divide in tre la tavolata: a destra il mondo spirituale, a sinistra quello terreno, al centro la Verità, Lui.

Il Messia ha le mani alzate al cielo, quasi a voler abbracciare un calice, invisibile, sacro. È l’unico a non proiettare ombra sull’immensa tavola. La plasticità del gesto delle mani magnifica la sua prossima condizione di risorto. Un vapore mistico profuma la stanza.

Una creazione fuori da ogni schema iconografico tradizionale, è intima e solenne celebrazione di un Convito che inquieta le leggi Auree della divina proporzione, e che conduce in un mondo che sta “oltre”.

È una foto che riscrive l’affare del Cenacolo, e rimescola le carte dell’antico mazzo della Storia dell’Arte.

Socrathe

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La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, ridiamo.

Posted in Cultura con i tag , , , , , , , , , , , , , , on Maggio 21, 2008 by socrathe

Di cosa ride l’Uomo? Ride forse di sè? Ride dell’altro? Ride. Ride della sua condizione, una condizione di mediocrità e di infelicità cronica, una condizione di costante illusione, di costante speranza. Ride. Ride del passato, ride del futuro, potrebbe essere immortale, potrebbe essere superiore alla melma, si ride anche di questo, si ride di Dio, si ride della Morte, si ride. Ride dell’impossibilità di elevarsi, ride delle sue stesse effimere illusioni, ride delle passate certezze, ride. Ridiamo dunque, perchè se non ridiamo cominciamo a pensare, e il mondo non ci vuole nè tristi nè pensanti, ci vuole belli e sorridenti, ridiamo. Ridiamo.

In poche parole: la tragedia dell’uomo, animale superiore, pensante, intelligente. C’è in queste considerazioni la Sehnsucht del romanticismo tedesco, c’è Platone, c’è il Leopardi del Canto notturno, c’è l’uomo sospeso tra il bruco e la farfalla di Pico della Mirandola.. potrei andare avanti per ore perchè questa è la disperazione dell’uomo fin dalla notte dei tempi: il desiderio di attingere l’Assoluto e il vedersi una piccola cosa debole e inerme e la consapevolezza che il suo desiderio di felicità è perennemente deluso. E allora? Allora ridiamo.. non la risata grassa, superficiale, sgangherata di chi poco si eleva dalla bestia ma il sorriso amaro di chi possiede l’humanitas, l’insieme di tutte quelle qualità che rendono l’uomo degno di essere considerato ‘umano’. L’uomo non è un animale superiore, lo crede soltanto. E il suo destino non differisce da quello di tutti gli altri esseri della biosfera. Ma l’uomo è solo. Soli si nasce e si muore soli. La vita passa a cercare il ‘tu’, come dice il poeta, la rotta maglia che ci stringe, per uscire fuori dalla rete che ci avvolge e ci separa. Ci illudiamo di averla trovata, di poter toccare con la mano l’altro, di condividere un tratto di vita, ma tutto si rivela una illusione e ritorniamo nella rete del nostro isolamento, della nostra desolazione. Tutto sommato.. c’è poco da ridere. Tutto è illusione, la vita è bella a tratti, ci sono degli istanti, degli attimi fuggevoli in cui ci pare di poter toccare con mano la felicità, ma è sempre un miraggio. La vita si premura subito di farci pagare il conto, a volte anche salato, di quel nulla che ci ha dato in comodato d’uso: nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria… La mia vita è un pendolo che oscilla tra la fugace speranza e la disillusione: vorrei farti vedere il mondo attraverso i miei occhi, anche solo per un istante. Solo l’irrazionalismo, l’abbandono all’istinto e al sentimento ci può salvare.. mettiamo a tacere la ragione, nostra acerrima nemica ma non voglio vedere il mondo con gli occhi di nessuno. Bastano i miei occhi per guardare trattenere riversare nel cuore quel poco di bello e di dolce che la vita ci dà. La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. La speranza è fugace. Ridiamo.

Walt Whitman – Santhippe

Il riso, il pianto e la malinconia.

Ero su un treno che mi portava a Saragozza, seduto nel posto che mi era stato assegnato. Accanto a me, dall’altro lato, si accomodarono due signori, un uomo e una donna. Quando il treno cominciò ad andare, i due iniziarono a discutere su fatti personali. Mi immersi nella lettura di un periodico per rispettare la loro intimità. Alla fine del viaggio non potei fare a meno di guardarli. Mi sembrò che la donna ridesse mentre l’uomo la incalzava con le sue parole. No. Quella donna non rideva. Quella donna piangeva. Abbassai lo sguardo per rispettare le sue lacrime. Mi venne alla mente questo momento quando lessi i commenti al riso. A volte si ride fino “alle lacrime”, amiamo dire di una situazione estremamente paradossale e comica. Ma dove sta, appunto, quella sottile linea di demarcazione tra il riso e il pianto? Tra la gioia e la malinconia? Tra la certezza e il dubbio?

Nella vita di un uomo non c’è nulla che mi aiuti a trovarla. Io avevo visto con occhi miei una scena che non corrispondeva alla realtà. Eppure, ci avrei giurato, quella donna rideva. Cesare Pavese scriveva in un momento disperato del suo esistere: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Dava così un’interpretazione struggente, attraverso il proprio intimo sentire, del suo amore triste e malinconico. Tentativo disperato di sprofondare, in silenzio, nell’abisso di una passione dove l’anima si perde ed il corpo si arrende, si auto sopprime. Forse il riso ci accompagnerà come un ghigno nell’ultimo momento della fine: consapevolezza della vita breve. Lo stupore, cioè, di chi guarda la bellezza, la vita, allontanarsi da lui come fu per Auschenbach al lido di Venezia, come l’uomo dal fiore in bocca nell’immortale racconto di Pirandello.

Un Uomo Libero

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La grande sete. Un inedito di Leonardo Sciascia

Posted in Cultura, società con i tag , , , , , , , , , , , , , , , on Maggio 15, 2008 by socrathe
Un inedito di Leonardo Sciascia. La Grande Sete
Il giornalista Giovanni Taglialavoro ha rintracciato il testo di Leonardo Sciascia che accompagnava il documentario “La grande sete” girato nel 1968 da Massimo Mida con la sceneggiatura di Marcello Cimino. Il testo, praticamente inedito, è stato pubblicato dallo stesso Taglialavoro sul sito www.suddovest.it: lo riportiamo integralmente.

di Leonardo Sciascia

È ormai un luogo comune che la Sicilia è terra di contrasti, di contraddizioni, di incongruenze, di paradossi. Ma in queste immagini il termine della contraddizione, del paradosso, non è il mulo ma l´automobile, se considerati come simboli – rispettivamente – di una situazione effettuale e di una aspirazione finora vaga e vana. Un´economia agraria tra le più arretrate d´Europa, forse la più arretrata; e il sogno dell´industrializzazione: questa è oggi la Sicilia.

Di questi paesi dell´interno un tempo si diceva che vivevano di agricoltura. Oggi si può dire che di agricoltura muoiono, e sopravvivono soltanto per le rimesse degli emigranti e le pensioni di vecchiaia e inabilità che lo Stato ed altri enti avaramente elargiscono.
L´isola ha tanti problemi. Ma quasi tutti si collegano al problema dell´acqua. L´acqua contesa fino alla violenza e al delitto. L´acqua che si perde nei meandri della burocrazia e della mafia.

La gente di ciò ha coscienza: sa, come proverbialmente si dice, dove e come l´acqua si perde.

La disponibilità attuale dell´acqua in Sicilia è di 165 litri al giorno contro una media nazionale di 250 – media comprendente i depressi livelli del Sud. La disponibilità normale al Nord è di oltre 400 litri al giorno. Nella classifica delle regioni per numero di abitanti con insufficiente disponibilità idrica, la Sicilia è al primo posto seguita dalla Puglia.

Un tempo la Sicilia era celebrata anche nelle sue acque: i poeti greci, i poeti arabi, il poeta Antonio Veneziano che, nel Cinquecento, esaltò l´idrografia siciliana nella marmorea rappresentazione di quella fontana pretoria oggi asciutta nella piazza dove sorge il municipio di Palermo. La Sicilia ricca d´acque è ormai come un miraggio. Un miraggio la Fonte Aretusa nel cuore dell´antica Siracusa, così pure miraggi i fiumi mitici della stessa città, il Ciane e l´Anapo, cantati da Salvatore Quasimodo. In questi fiumi crescono i famosi papiri del tempo classico, piante che hanno bisogno di una grande quantità d´acqua. E ancora miraggio le bagnanti dei mosaici di Piazza Armerina.

Più reale è questa Sicilia arida, percorsa in questa valle dalle acque del fiume Salito, stente e brucianti. Il Salito: un fiume che inaridisce invece di suscitare rigoglio, un fiume che nasce tra i giacimenti di sale – salgemma e sale potassico – di questa zona della Sicilia in cui la tecnica è arrivata soltanto per strappare il minerale e non per desalinizzare le acque che darebbero vita alla terra. Un itinerario lungo, ossessivo, un viaggio quasi senza speranza. Più di diciotto chilometri sono lunghi i tralicci che permettono alla teleferica di convogliare il materiale allo stabilimento di Campofranco, dove un grande bacino artificiale raccoglie le acque del Platani. Una produzione di 250 tonnellate di solfato potassico. Ma cosa resta alla Sicilia?

Il sogno dell´industrializzazione, là dove si è realizzato, ha aggiunto aridità all´aridità: e il caso più evidente è quello della piana di Catania. Dalle dighe Pozzillo e Ancipa la piana doveva essere irrigata, mutata da granaio in giardino. Ma l´industria aveva bisogno di acqua, e subito l´acqua destinata all´agricoltura è stata sacrificata a questo sogno, a questo mito. L´acqua non scenderà mai più per questa rete di canali. Uno dei tanti sprechi, e forse il più imperdonabile che siano stati consumati in questi anni da una classe di potere impreparata e imprevidente.

La mancanza totale di acqua ha spopolato quasi del tutto di abitanti il villaggio Capparini, costruito nell´Eras – l´ente per la riforma agraria in Sicilia – non lontano da Roccamena. La famiglia che abbiamo avvicinato, una delle otto superstiti, è di San Cipirello.

Uno dei casi estremi della povertà e dell´incuria del governo nazionale e regionale è quello di Licata. Ma non è purtroppo il solo. Tutta la provincia di Agrigento soffre di una penuria di acqua addirittura inverosimile.

Licata è la città più assetata d´Italia: la sua dotazione massima arriva a 35 litri al secondo, ma in questo periodo non supera i 22, con punte frequenti fino a 14 litri al secondo. Talvolta l´acqua viene a mancare perfino trenta giorni di seguito.

Nel luglio del 1960 la popolazione esasperata per la mancanza di acqua bloccò la stazione ferroviaria. Intervennero reparti speciali di polizia che fecero fuoco sulla folla. Un giovane rimase gravemente ferito.

Anche Favara, grosso centro minerario, il cui nome arabo vuol dire sorgente, è fra i paesi più assetati della provincia di Agrigento.

Anche Agrigento, che non ha acqua nelle case, ma ne abbonda invece nel cimitero: paradosso che assurge a simbolo di soluzione metafisica di un problema che resta per i vivi insoluto.

A prova che il problema può anche essere sottratto alle soluzioni metafisiche e risolto con concreta buona volontà e competenza, abbiamo questa zona di Vittoria, in provincia di Ragusa, dove gli agricoltori, senza godere di quei contributi di solito generosamente elargiti a chi specula e inganna, si sono affaticati a trasformare un´agricoltura estensiva in colture intensive.

Tutta la costa meridionale della provincia di Ragusa è ricoperta di serre. L´iniziativa ha cambiato il volto socio-economico della zona. I prodotti pregiati delle coltivazioni comportano affari nell´ordine di miliardi. Il boom è recente: nel 1964 le serre coprivano un migliaio di ettari, oggi oltre 5000. Furono i braccianti di Vittoria che con il solo capitale delle proprie braccia impiantarono le prime serre sui terreni sabbiosi della costa. Il problema dell´acqua lo risolsero ugualmente con le proprie forze, scavando dei pozzi alle volte con mezzi rudimentali, senza aiuti di nessuno genere dallo Stato.

Una zona agrumaria fra le più importanti della Sicilia è quella intorno ai centri di Lentini e di Francofonte. Ma anche qui la mancanza d´acqua diviene di giorno in giorno più grave. La situazione invece di migliorare peggiora sensibilmente, e la produzione di agrumi rischia di essere seriamente compromessa.

Pare che il famoso biviere di Lentini, il biviere della malaria verghiana, debba essere di nuovo ripristinato in questa valle oggi coltivata da piccoli proprietari. Ma l´acqua sarà destinata all´industria e non all´agricoltura.

Lentini è diretta da un´amministrazione di sinistra. Il sindaco e gli amministratori si consultano sul problema dell´acqua. A tanta sete, della terra e degli uomini, rispondono delittuose incongruenze: questa diga del Disueri, a monte di Gela, è rimasta abbandonata e va in rovina.

La diga Disueri fu iniziata nel 1939 e portata a termine nel 1949, con una interruzione a causa della guerra. La capacità iniziale di invaso era di 14 milioni di metri cubi di acqua, ora ridotta a otto milioni per il progressivo interramento del bacino dovuto alla insufficienza e al ritardo del rimboschimento.

Finalmente si costruisce la diga sullo Jato, anche se si è arrivati ai lavori dopo tante lotte, tanti digiuni e tante marce per sensibilizzare l´opinione pubblica e per far tacere l´opposizione mafiosa. L´ultimo digiuno fu fatto a Partinico e durò otto giorni.

Quando la diga sullo Jato sarà in funzione si potranno irrigare 8500 ettari con un aumento della produzione per il valore di un miliardo e 700 milioni rispetto all´attuale, con un incremento di circa 850 mila giornate lavorative all´anno.

La diga sul Carboi, al lago Arancio, irriga circa 6000 ettari delle pianure di Menfi e di Sciacca. Domenico Messina, organizzatore e dirigente dei contadini, Vincenzo Saladino della cooperativa “Madre terra” di Sciacca, e il dottor Michele Mandiello, agronomo, ci parlano di questa diga.

E siamo a Palermo, città in anni non lontani sufficientemente rifornita dell´acquedotto di Scillato e oggi paurosamente povera di acqua, specialmente nei quartieri popolari. Sembra incredibile che questa sia la città che gli arabi vedevano circonfusa di acque, specchiata nelle acque, viva del suono e del refrigerio delle acque.

E si può dire che dopo gli arabi, nessuno si è mai provato a risolvere il problema dell´acqua in Sicilia. Vale a dire da mille anni.

Tutte le acque che si conoscono, sono stati gli arabi a scoprirle e a nominarle. Quelle acque che loro raccoglievano e che noi abbiamo lasciato perdere e disperdere. E siamo nell´era della tecnica, dei più immaginabili prodigi della scienza.

Non si direbbe, a vedere questa disperata aria di arrangiarsi, cui sono costretti gli abitanti della più grande città siciliana per procurarsi quel minimo di acqua per bere, per lavarsi, per lavare. E la devono ai “gattopardi”, a quegli antichi signori e amministratori della città che hanno ceduto ora il passo agli “sciacalli”.

Quella poca acqua che c´è ha di questa ipoteche: speculazione, violenza, il profittevole giuoco della rivendita. Un bene pubblico tra i più indispensabili, è dominio del sopruso, dell´affarismo, del capriccio, della mafia.

Ma la Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana ha offerto in questi ultimi tempi un documento della lungimiranza governativa su cui gli italiani e i siciliani possono fondare le più ampie speranze. Si prevedono opere per un importo di 1844 miliardi di lire: sicché nell´anno 2015 il problema dell´acqua sarà completamente e definitivamente risolto.
La Sicilia del 2015 sarà ricca di acque quanto oggi il cimitero di Agrigento. Naturalmente si aspetterà il 2014 per cominciare i lavori.

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