Quindici gocce di atropina. Moro: la storia.

la Duchessa vede “i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro dove un tempo antichi guerrieri scendevano nell’arenala Duchessa vede “i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro dove un tempo antichi guerrieri scendevano nell’arena..”. Il trentennale del rapimento dell’Onorevole Moro accende la fiamma di una memoria, solida, resistente, condivisa; di un mistero ancora insoluto, segretato per troppi anni dagli “omissis” di Stato, di una storia fragile, contraddittoria, incerta, ancora precaria. È giunta l’ora di fare i conti con il nostro passato. La storia top secret del caso Moro è dentro più di 100 faldoni coperti dal Segreto di Stato e custoditi in un armadio blindato degli archivi della commissione Stragi. Era il 1998 quando il Presidente di quella Commissione, Giovanni Pellegrino, affermava: «Siamo vicini ad una svolta, so cose che non posso dire e che non direi neppure in seduta segreta alla commissione stragi» Il Senatore Pellegrino aveva appena ricevuto dall’allora Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, documenti «non portati a conoscenza dell’autorità giudiziaria», di «atti di elevata classifica», perciò da «considerarsi di vietata divulgazione». Un vero e proprio tesoro, custodito tra i fascicoli provenienti dal Sisde e dal Sismi, e coperti dal Segreto di Stato. Cosa nascondono quei documenti di così inquietante? Gli articoli di questi giorni per commemorare il luttuoso evento del 16 marzo 1978, hanno solo sottolineato una verità partecipata e patteggiata. “Sottratte le ragioni e i responsabili, chi ha ucciso quegli uomini e perché?” Sulla lapide di via Fani non c’è scritto. Come se non potesse essere ancora scritto”. Come se ancora non se ne potesse fare “storia”. Come se fosse qualcosa di troppo azzardato da scrivere, o meglio, da riscrivere. Proviamo ad aprire il forziere delle verità taciute.

Le siepi di Via Fani, in quel tiepido mattino del 16 Marzo 1978, furono l’unico testimone oculare del massacro degli agenti di scorta e del rapimento dello statista della DC. Uomini con impermeabili blu e berretti da piloti dell’Alitalia, uscirono da dietro il verde pitosforo che costeggia la strada fino all’incrocio, armati di pistole e  M12. Spararono 91 proiettili contro gli uomini della scorta di Moro, annientati in una manciata di secondi. Tre Poliziotti e due Carabinieri: cinque vite. siepi di via fani, pitosforoA ricordare i custodi di Moro ai posteri sarà solo una semplice lapide, impressa sul muro tufaceo e protetta da un vetro di inaccettabile mistero. Un’esecuzione perfetta, chirurgica, per mano di due Killer professionisti. La maggior parte dei tiri, sparati dai due lati della strada e da due sole armi, andarono tutti a segno. Nessun colpo sprecato. Un’azione da manuale. Un attacco militare di estrema precisione. Il Presidente Moro uscirà con le proprie gambe dalla Fiat 130, incolume. La pioggia di fuoco non provò nemmeno a sfiorarlo. I proiettili usati erano di tipo speciale, di quelli in dotazione a forze statali militari non convenzionali. Gli stessi ritrovati, anni dopo, nei sotterranei del Ministero della Sanità, l’arsenale della Banda della Magliana. Nelle cinque edizioni del processo nulla di questo è mai emerso; le siepi non sono state chiamate a testimoniare. Una strana “smemoratezza”. «Il Presidente Moro fu rapito e tenuto in ostaggio per cinquantacinque giorni in Via Camillo Montalcini, zona Magliana». Ce l’hanno detto e scritto in tutte le salse, qualche giudice ci ha pure creduto. Ma è solo una verità processuale. Il che non vuol dire che è la verità assoluta. L’unico dato certo è che il demiurgo del compromesso storico –quella mattina del 16 marzo 1978- fu rapito. Ma il Presidente Moro fu sequestrato due volte nei cinquantacinque giorni che seguirono alla strage di Via Fani. Nessuno ha mai provato a confessarlo ai magistrati succedutisi alla conduzione del processo. La prima custodia si chiuse di fatto il 18 aprile quando il sequestro subì una svolta decisiva. La sprovveduta brigata che aveva accudito il prigioniero per un mese, fu attaccata da un falco rapace e senza scrupoli. Il covo di via Gradoli –un appartamento in uno stabile conosciutissimo ai servizi segreti italiani- quello per cui il Presidente Prodi scomodò l’anima di Giorgio La Pira in una seduta spiritica, fu “bruciato”. Saltano fuori appunti strategici e nomi. Il falso comunicato numero 7, quello del Lago della “Duchessa”, scritto sotto dettatura da un falsario legato alla Banda della Magliana -con la stessa testina IBM usata nei primi sei comunicati dalle ingenue colombe che tenevano Moro-, completa il quadro. «Noi vi abbiamo in mano, possiamo prendervi in qualsiasi momento». La “colomba” passa la mano, si alza dal tavolo da gioco, e lascia il piatto al “falco”, in una partita a poker giocata dalle stesse persone che scrissero con largo anticipo le sorti del Presidente della Dc nelle pagine dei due piani Victor (Moro vivo) e Mike (Moro morto). Da quel momento in poi fino alle 7.00 del mattino del 9 Maggio 1978, Moro, fu nelle mani degli alfieri del suo triste epilogo. Dove? Mino Pecorelli -due settimane dopo il ritrovamento del cadavere del Presidente della DC- scriveva di una “bionda Duchessa” in un trafiletto del suo giornale: “la Duchessa vede “i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro dove un tempo antichi guerrieri scendevano nell’arena.. ” «Chissà cosa c’era nel destino di Moro perché la sua morte fosse scoperta proprio contro quel muro». L’allusione a Gladio è rivelata senza indugio dalle parole del trafiletto del fantacronistico giornalista. Pecorelli fu ucciso nel Marzo del 1979 con quattro colpi di pistola calibro 7,65 caricata con proiettili dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nella Santa Barbara della Banda della Magliana, nei sotterranei del Ministero della Sanità. Gli stessi proiettili del tipo “a lunga conservazione” furono rinvenuti nei depositi sotterranei dei Gladiatori. Una semplice coincidenza? Non direi. Ed ancora, Gladio era presente in via Fani, con armi, munizioni, colonnelli e soldati. È superfluo dare un nome al tiratore scelto di quel massacro di Stato. La “Duchessa” era una figura allegorica ricorrente negli scritti di Pecorelli. La Duchessa è presente nel falso comunicato n. 7 di Tony Chichiarelli -un falsario noto per le copie di De Chirico- mente pensante della banda della Magliana. La Duchessa era la proprietaria del palazzo principesco di via Caetani: la prigione del popolo. Nelle fredde stanze del palazzo rimbomba ancora la voce del Presidente della Dc che detta il suo memoriale all’anfitrione, la colomba “del potere più alto”, quella che portò a termine la partita dell’interrogatorio, quella senza volto  ma che un nome l’aveva eccome: Igor Markevitch o meglio Igor Caetani, marito della signora Topazia Caetani, principessa dell’omonima casata, e proprietaria del palazzo nobiliare che si trova all’angolo tra via Caetani e via dei Funari, a venti metri da dove la mattina del 9 maggio ‘78 fu ritrovato il corpo dell’Onorevole Aldo Moro. Un palazzo con il passo carraio e due leoni in pietra nel cortile, che corrispondono alle indicazioni fornite dal fantacronistico Pecorelli. Moro fu rapito due volte ma non fu trasferito mai di carcere. La prigione di Via Montalcini fu solo un set cinematografico per le foto di rito a corredo del memoriale narrato e mai per intero fotocopiato, costruita ad hoc dai “muratori” che lavoravano al piano Morte. Le quindici gocce di atropina che sarebbero servite a narcotizzare il Presidente, per liberarlo, non furono mai somministrate. Ci fu solamente un cambio di guardia alla sua custodia nei cinquantacinque giorni di detenzione: agli angeli bianchi della trattativa e della liberazione subentrarono i demoni neri della fermezza e della morte. Undici colpi, i primi due silenziosi gli altri nove a raffica scrivono la parola fine al sequestro del Presidente. Il costo totale dell’operazione “Moro Morto” fu di 35 Miliardi di lire, pagati dai servizi segreti nel 1984 alla Banda della Magliana, agevolando una rapina “sotto copertura” alla Brink’s Securmark, un deposito che faceva capo a una catena bancaria di Michele Sindona. Sul pavimento del deposito furono rinvenuti sette proiettili calibro 7,62 –lo stesso calibro della pistola usata per l’omicidio Pecorelli- sette piccole catene e sette chiavi ad evidenziare il numero, il Sette, come il falso comunicato del lago della Duchessa. L’ultima  pagina della nostra memoria ricorda una voce al telefono: “Brigate Rosse.. […] Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’ onorevole. Aldo Moro. […] lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole. Aldo Moro in via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri dì targa sono N5.”  Ma la storia fu tutta un’altra cosa. Se ci fosse luce, adesso, sarebbe bellissimo.

 

Socrathe, 16 Marzo 2008.

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3 Risposte a “Quindici gocce di atropina. Moro: la storia.”

  1. molto interessante, davvero. è chiaro come il vero ostaggio non era moro, ma le informazioni che moro stava divulgando. meglio seppellirle insieme al presidente della DC. E poi: a chi giovava il compromesso storico? A nessuno al di fuori dell’Italia. Non agli Usa….mai avrebbero sopportato comunisti al governo. Non agli URSS, il PCI nella maggioranza avrebbe significato che un eurocomunismo era possibile, laddove tentativi di riformare il comunismo erano stati repressi nel sangue in Ungheria ed in Cecoslovacchia. Non a Isreale: ricorda che Moro si accordò con i palestinesi.
    Da dove sono trapelate le informazioni su Palazzo Caetani come prigione del popolo?
    ciao grazie

  2. Ciao Teo,

    “Da dove sono trapelate le informazioni su Palazzo Caetani come prigione del popolo?”

    da una seduta spiritica.. Prodi non ha partecipato.

    Non posso rispondere alla tua domanda.

    a presto
    ho letto il tuo commento per caso.
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  3. Marcello Botrugno Dice:

    “Da dove sono trapelate le informazioni su Palazzo Caetani come prigione del popolo?”

    Da un’informativa del sismi raccolta da un agente legato al mossad. la notizia viene legata ad un certo igor della famiglia caetani che avrebbe svolto materialmente gli interrogatori di moro. inizialmente datata ottobre del ‘78 ma sembra che sia stata redatta nei 55 giorni…

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